CCS: un potenziale enorme per difendere il pianeta

Ambiente e clima
12 Aprile 2010

Intervista a Fedora Quattrocchi, INGV
di Agnese Bertello

Possiamo dire in tutta tranquillità che iniettare nel sottosuolo l'anidride carbonica prodotta dalla combustione dei fossili non altera l'equilibrio geologico di un territorio?
L'anidride carbonica è un gas naturale, un gas che la natura produce, che fa parte del nostro ecosistema.
La CO2 è anche all'origine di processi vitali fondamentali sui fondali marini dove sono nate le prime forme di vita. Insomma, iniettando anidride carbonica nel sottosuolo, ad 800 metri di profondità nella roccia, noi non facciamo che ricreare situazioni che già esistono nel sottosuolo a quelle profondità.
Il sottosuolo italiano, poi, è estremamente ricco in CO2: ci sono in Italia tra 200 e 300 zone di degassamento naturale, in cui l'anidride carbonica naturalmente presente nel sottosuolo fuoriesce, basta pensare alle polle dei Colli Albani. Questi siti in alcuni casi si sono trasformati in oasi protette, penso per esempio a Tor Caldara, che è un'oasi del WWF; in altri casi sono diventati centri termali, in altri casi ancora la CO2 è stata usata per la produzione di acque minerali.
Le stesse Dolomiti sono formate da CO2 "sequestrata" geologicamente nel corso delle ere geologiche.
Così come gli Appennini, costituiti da rocce carbonatiche, ovvero sempre CO2 sequestrata geologicamente nel corso della storia del Pianeta come carbonato di calcio.

Qual è quindi lo scenario di rischio massimo che possiamo attenderci dall'applicazione industriale diquesto processo?
Qualora venissero scelti male i siti per collocare la CO2 noi ci troveremmo ad avere qualche altro punto di degassamento naturale, in tutto e per tutto simile alle centinaia che già esistono sul nostro territorio e come quelli sarebbe tenuto sotto controllo: l'INGV ha, infatti, per statuto, il compito di monitorare, per conto del Dipartimento di Protezione Civile, tutti questi punti di degassamento naturale.
Se anche per ciascuna grossa centrale a carbone presente e attiva in Italia noi aggiungessimo un punto di stoccaggio geologico, vorrebbe dire aggiungere una quindicina di punti di osservazione in tutto.
Non c'è evidentemente paragone con i rischi legati allo stoccaggio delle scorie radioattive di una centrale nucleare. E poi bisogna considerare che, se viene scelto male il sito di stoccaggio, indicativamente perché il gas arrivi in superficie occorrono all'incirca 500 anni. Quindi se di rischio dobbiamo parlare, si tratta di un rischio che potrebbe verificarsi tra qualche secolo e che si manifesterebbe nei modi che le ho detto. Il CCS (CO2 Capture & Storage) certamente, di è una tecnologia ponte che deve essere applicata oggi, traghettarci verso altro, per poter arrivare al 2100 con un pianeta in condizioni accettabili per la vita umana. Per quella data possiamo pensare di avere tecnologie migliori.
Credo che corriamo molti più rischi a non intervenire subito: i geologi sanno bene che cosa significa un ambiente con un'atmosfera con un eccesso troppo elevato di CO2 (ed H2, allora provenienti da enormi eruzioni vulcaniche del passato, che sconvolgevano le condizioni di ossidoriduzione planetarie), perché è una situazione che nelle ere precedenti si è già verificata comportando un oceano completamente anossico con formazione degli attuali depositi di idrocarburi (es. Era Carbonifera) e pochissime possibilità per la vita umana e animale (oltre 550 ppm in atmosfera). Certi livelletti di roccia grigia-rossa, cioè con caratteristiche riducenti sono presenti su scala planetaria a testimonianza di questi periodi geologici senza ossigeno a sufficienza e con un eccesso di CO2 in atmosfera: la precipitazione delle grandi quantità di rocce carbonatiche, che vediamo oggi su Alpi ed Appennin,i ha poi ristabilito l'equilibrio di una idonea presenza "vivibile" di CO2. Oggi questo "eccesso" invece che dalle eruzioni vulcaniche è prodotto dall'uomo bruciando gli stessi idrocarburi che si formarono in uno di quei periodi atossici.

Quali devono essere le caratteristiche geologiche che rendono un territorio adatto a questa operazione? In Italia ne sono già stati individuati?
I luoghi più adatti per collocare la CO2 sono quelli da cui abbiamo estratto gli idrocarburi stessi; il processo è quello di restituire alla terra ciò che abbiamo tolto (es. carbonio sotto forma di metano, rispedito al mittente sotto forma di CO2, che ha il vantaggio di essere reattiva in soluzioni saline, formando nuovi minerali e non è infiammabile). L'attenzione verso questa tecnologia è progressivamente aumentata proprio per questa ragione: ha attratto l'interesse delle grandi compagnie petrolifere sia perché possono mettere a disposizione campi che non sono più sfruttabili, sia perché è grazie all'iniezione nel sottosuolo dell'anidride carbonica che si riesce davvero a ripulire fino in fondo un pozzo petrolifero. È per questo, che senza grande notizia sui giornali, è da 30 anni che si inietta CO2 nel sottosuolo: oggi fa notizia perché stiamo eliminando il nostro peggior nemico, un gas serra.

Quindi la tecnologia di stoccaggio della CO2 si è dimostrata affidabile...
In 30 anni, negli USA, sono stati fatti 87 progetti di iniezione, per un totale di 400 milioni di tonnellate di anidride carbonica confinata nel sottosuolo.
È un processo che si usa quando ormai il pozzo petrolifero è a fine vita, dopo aver fatto pozzi orizzontali, dopo aver fatto lavaggi con l'acqua, per raschiare il fondo del barile non rimane che iniettare la CO2, che pulisce perfettamente la roccia: perché di fatto essa è ...cocacola.
Il gas viene trasportato sui campi petroliferi con delle lunghissime pipelines: se ne sono costruiti 3500 km. In tutto questo periodo di tempo, non ci sono stati incidenti gravi, neanche nella fase di trasporto - che sappiamo essere molto delicata invece per il metano -, perché l'anidride carbonica non è infiammabile.
Sono informazioni di cui siamo a conoscenza solo oggi, perché è stato molto complesso mettere insieme una casistica che comprendesse i dati di tutte le compagnie petrolifere. Ma ci sono già anche esperimenti di altro tipo, legati proprio verifica di una iniezione di CO2 nel sottosuolo non più solo finalizzata alla produzione maggiorata di idrocarburi ma a diminuire la CO2 in atmosfera: per esempio, il Progetto Sleipner, in Norvegia, ha iniettato negli ultimi 10 anni più di 15 milioni di tonnellate di CO2 nel Mare del Nord senza perdite.
In modo analogo, il Progetto IEA GHG Weyburn Project, in Canada, ha iniettato oltre 5 milioni di tonnellate di CO2 in un serbatoio petrolifero ormai esaurito.
INGV era l'unico partner italiano.

Eppure molti ambientalisti hanno da ridire in merito a questo. Che la CO2 possa essere separata e catturata non può che rendere felice chiunque, è sul fatto che venga poi iniettata sottoterra che alcune associazioni ambientaliste hanno da ridire...
Credo che sia un problema di informazione e noi dobbiamo fare tutto quanto è nelle nostre possibilità per far capire alla popolazione di cosa stiamo parlando: la gente vuole concretezza, non è più disposta a farsi imbonire, vuole risposte vere. Io poi sono dell'idea che le ONG, o le rappresentanze dei cittadini, delle comunità locali, debbano essere coinvolte nel momento in cui si individuano i siti di stoccaggio, devono stare dentro il processo decisionale, quali osservatori, perché verifichino direttamente le ragioni delle scelte.

Che peso potrebbe avere la CCS nella battaglia contro il cambiamento climatico?
Le potenzialità sono enormi.
La International Energy Agency (IEA) attribuisce alla CCS un potenziale di riduzione delle emissioni di CO2 pari al 20-30%, ha cioè il triplo di potenziale di sostenibilità delle fonti rinnovabili.
La IEA ha inoltre individuato quelle che sono le tecnologie su cui è necessario investire per un futuro che coniughi sviluppo e difesa dell'ambiente: se al primo posto troviamo l'efficienza energetica, al secondo si colloca la filiera CCS, al terzo le rinnovabili e infine il nucleare di quarta generazione. Sono filiere che devono andare avanti insieme, non in contrapposizione.
Noi dobbiamo usare tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione. Benissimo la riforestazione, benissimo le rinnovabili, ma è una questione di tempi e di proporzioni: la CCS consente di agire oggi e più velocemente e efficacemente delle altre tecnologie, verso un mondo poi caratterizzato, nel 2100 da rinnovabili e nucleare sicuro (IV generazione).

Per quanto riguarda la tecnologia di cattura della CO2 invece, a che punto siamo con la ricerca e soprattutto con la sua applicabilità industriale?
La Road map europea sulla CCS ha approvato 3 tipi di cattura della CO2: pre-combustione, post combustione e la metodologia oxyfuel.
La tecnologia post combustione separa la CO2 dagli altri gas dovuti alla combustione, dopo che questa è avvenuta, quindi dal camino: è una tecnologia molto importante perché è quella che possiamo applicare alle centrali già esistenti.
Le altre due possono essere applicate alle nuove centrali: in questo caso la CO2 viene sequestrata addirittura prima della combustione. Tra queste due, la più interessante è certamente il processo detto oxyfuel che unisce al fatto di catturare la CO2 una serie di altri vantaggi.
Qualsiasi materiale carbonioso (anche biomasse e metano, per fare un esempio) attraverso questo processo può essere ridotto a gas, questo gas diventa il combustibile della centrale. La combustione avviene senza ossigeno, e lo scarto è fatto di CO2, che viene catturata, e idrogeno. In questo modo, quindi, riusciamo anche a produrre il vettore idrogeno. In Italia dal punto di vista della ricerca su questo tema siamo avanti, l'Enel sta facendo un ottimo lavoro e sta testando tutte e tre le tecnologie, a Brindisi si lavora proprio sull'oxyfuel. L'INGV ha già individuato alcuni siti adatti allo stoccaggio. Bisogna considerare però per quanto riguarda la diffusione della filiera CCS, che proprio la fase di cattura riveste il 70% dei costi, il 20% va imputato alla cattura e il restante 10% al trasporto. Va ricordato, che, a differenza di quanto accade per le rinnovabili, non ci sono incentivi o sovvenzioni statali: questo aspetto ne ha purtroppo rallentato molto la diffusione.
Il problema è che la politica a destra come a sinistra è troppo "auto-referenziata" e senza curriculum scientifici sufficienti. Sarebbe necessaria più competenza e meritocrazia.
Un danno enorme altrimenti questo ritardo.

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