Climate Change. Responsabilità dell'uomo

Ambiente e clima
07 Novembre 2013
ipcc, bruno carli, paolo saraceno, climate change

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V rapporto IPCC. Articolo Carli e Saraceno.pdf331.63 KB

di Bruno Carli e Paolo Saraceno

Il cambiamento climatico in corso è causato dall’uomo, questa è la tesi sostenuta dal rapporto IPCC 2013: un lavoro di 2216 pagine scritte dai 259 esperti del Gruppo Intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) delle Nazioni Unite. Un lavoro scrupoloso sottoposto alla revisione di più di 1000 scienziati. Si tratta del quinto rapporto pubblicato dall’IPCC e appare dopo numerose critiche e tesi alternative avanzate sui precedenti rapporti (anche se sono rare quelle provenienti dal mondo scientifico). Gli scettici hanno contestato in alcuni casi l’esistenza stessa del cambiamento climatico, in altri la responsabilità dell’uomo oppure la gravità del fenomeno. Tuttavia, in nessuna di queste critiche è presentata un’analisi organica delle osservazioni, dei modelli e delle previsioni come invece è fatto nei rapporti IPCC.

Per agevolare il controllo e la scoperta di eventuali errori (che in passato ci sono stati e sono sempre possibili) il gruppo IPCC segue il principio della massima trasparenza sulle metodologie adottate; i dati sono corredati dall’errore di misura e tutte le affermazioni sono accompagnate dalla stima della loro certezza, espressa in termini di probabilità. Per queste ragioni il quinto rapporto IPCC dimostra un autoconsistenza che s’impone con autorevolezza sulla moltitudine delle critiche.

Il rapporto, assieme ad una sua sintesi di 36 pagine (il “summary for policemakers”), possono essere scaricati da http://www.ipcc.ch

Nel rapporto si conferma l’esistenza e l’aggravarsi del cambiamento climatico. Quest’affermazione si basa sull’aggiornamento delle serie storiche delle misure dei parametri climatici. Inoltre viene confermato che il riscaldamento anomalo è dovuto prevalentemente alle attività umane. La certezza di questa dichiarazione passa da una probabilità superiore al 90% del rapporto IPCC 2007 ad una superiore al 95% nel rapporto attuale. 

Gli effetti futuri del cambiamento climatico in atto, secondo quanto emerge dal rapporto, potranno essere gravi.

Gli scenari presi in considerazione per analizzarli sono quattro.
Il primo scenario (RPC2.6) considera l’adozione di una politica di mitigazione virtuosa con una significativa riduzione delle emissioni di gas serra.
Altri due scenari (RPC4.5 ed RPC6.0) considerano una mitigazione intermedia con il mantenimento delle emissioni al livello presente e il quarto scenario (RPC8.5) considera la crescita delle emissioni senza nessuna politica di mitigazione. I quattro scenari sono da considerarsi ottimistici perché nessuno di essi prevede l’emissione di CH4 dovuta al riscaldamento del suolo (dal materiale organico contenuto nel permafrost che si sta sciogliendo) e dal degassamento dei mari che potrebbe avvenire con il crescere della temperatura.

Alla fine del secolo, nel caso dello scenario virtuoso (RPC2.6), l’ aumento di temperatura previsto è di circa 1°C (fra 0,3 e 1,7°C) e di circa 3,7°C (fra  2,6 e 4.8°C) nel caso dello scenario senza mitigazione (RPC8.5). Sembrano variazioni piccole di temperatura, ma in effetti non lo sono, basta considerare che tra i massimi dei periodi freddi glaciali e quelli caldi interglaciali la variazione della temperatura media del pianeta è stata di 5 gradi.

Quale di questi scenari è più probabile? Il rapporto IPCC non si avventura in questo tipo di considerazioni che dipendono dalle scelte della politica. Ma è possibile fare  qualche ipotesi; la prima è che siamo lontanissimi dallo scenario “virtuoso” (RPC2.6) e da quelli intermedi che prevedono il mantenimento al livello attuali delle emissioni perché, malgrado la crisi mondiale le emissioni continuano a crescere.

Per la sola CO2 si ha una crescita del 3%  l’anno e si è da tempo superato di 100 volte le emissioni geologiche (vulcani e quant’altro). Una crescita simile sta avvenendo per il metano che ha un effetto serra 25 volte superiore a quello della CO2 e probabilmente accelererà negli  anni a venire, per la scoperta dello Shale Gas e dello Shale Oil che hanno enormemente aumentato le riserve di gas e petrolio a disposizione dell’umanità.  

Appare quindi probabile che gli scenari peggiori previsti dall’IPCC siano i più realistici (se non addirittura ottimistici), se non avverranno cambiamenti drastici nel modo di produrre energia. Poiché le rinnovabili non sembrano essere oggi in condizioni di rallentare la crescita dei consumi dei combustibili fossili, la sola opzione per rallentare la loro crescita appare essere il nucleare, con le nuove generazioni di reattori più sicuri di quelli del  passato. Un problema che in una società moderna dovrebbe essere affrontato con un’analisi dei rischi posti dai cambiamenti climatici rispetto a quelli del nucleare.

Il rischio climatico 
Il rischio climatico non è diverso dagli altri rischi: per affrontarlo si deve ragionare in modo simile a quello che si dovrebbe adottare per tutti gli eventi pericolosi (alluvioni, terremoti, maremoti, frane ...). Un’analisi degli strumenti necessari per limitare i rischi è fornita dallo Special IPCC Report pubblicato nel 2012 con il titolo: “Managing the risks of estreme events and disasters to advance climate change adaptation”, dove si osserva  che il “rischio” collegato ad un evento dipende da 3 fattori

  • l’azzardo:  la probabilità che l’evento si verifichi;
  • l’esposizione: l’essere in condizioni di essere colpiti dal verificarsi dell’evento; ad  esempio un’eruzione vulcanica, un terremoto, una frana, colpisce chi ha costruito  in zone vulcaniche, sismiche, franose;
  • la vulnerabilità all’evento; i danni e i lutti causati dai  terremoti dipendono da come si costruiscono le case. Nessuno dei terremoti che hanno colpito l’Italia negli ultimi 1000 anni (almeno) causerebbe gravi danni nel Giappone di oggi dove, a differenza dell’Italia, la vulnerabilità delle abitazioni è molto bassa.

Gli ultimi due fattori dipendono dalle scelte della politica che dovrebbe ridurre l’esposizione delle popolazioni al rischio e ridurne la vulnerabilità. Nel caso dei cambiamenti climatici, l’intervento politico può agire anche sul terzo fattore l’azzardo perché la causa predominante del cambiamento è l’attività dell’uomo e non come negli altri casi un evento naturale non controllabile.

Il nuovo rapporto IPCC deve pertanto essere visto come l’evoluzione delle nostre capacità di previsione dei cambiamenti climatici e come aggiornamento dello strumento con cui si valuta l’azzardo Se esistono ancora delle incertezze nei modelli, queste non possono essere addotte come scusa per non intervenire. L’esistenza stessa del rischio impone alla politica una responsabilità dell’intervento e, qualora il rischio non fosse quantificato in modo sufficientemente affidabile, si deve allora promuovere lo sviluppo della conoscenza e della ricerca per migliorare le valutazione del rischio. Se invece si giudica che il rischio è ben quantificato si può, nel caso del rischio climatico, intervenire su tutti e i tre fattori, riducendo l’azzardo con una politica tesa a ridurre le forzanti e riducendo l’esposizione e la vulnerabilità, prevedendo ad esempio gli effetti sul territorio prodotti dai cambiamenti climatici inevitabili, come  la crescita del livello dei mari o dei deserti. 

Scarica l'articolo completo di dati scientifici e tabelle.

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