Da Kyoto a Copenaghen. Le grida manzoniane non servono

Ambiente e clima
09 Gennaio 2010

di Carlo Stagnaro, IBL

Energia e Politiche per il Cambiamento climatico nel mondo, WEC 2009

Le istituzioni contano. Il senso del documento del World Energy Council sulle politiche energetiche e ambientali può essere riassunto rubando le parole al premio Nobel per l'Economia nel 1993, Douglas North, che a questo assioma ha dedicato il suo lavoro. Le sfide che il mondo si trova ad affrontare sono molte e complesse. "I consumatori si aspettano un'offerta energetica affidabile, sicura, pulita e disponibile per tutti", esordisce il rapporto. Perché questi obiettivi siano raggiunti, occorre anzitutto - e quanto meno - che le politiche adottate non siano tra di loro contraddittorie, mutevoli, incerte. Questo le colloca necessariamente in un orizzonte temporale di lungo termine.

Guardare al lungo termine significa, nella pratica, dichiarare l'inefficienza della maggior parte delle scelte compiute finora. In effetti, il fallimento del protocollo di Kyoto - concepito nel 1997 allo scopo di perseguire, nel quinquennio 2008-12, una riduzione di circa cinque punti percentuali delle emissioni globali al di sotto dei livelli del 1990 - sta lì a dimostrare da un lato la hybris dei meeting internazionali, dall'altro il destino apparentemente ineluttabile che li condanna all'irrilevanza sostanziale. La vicenda di Kyoto dovrebbe essere di ammonimento per quanti si attendono, dal vertice di Copenhagen del dicembre 2009, risultati stellari. Il protocollo si è dimostrato debole sotto due fronti. In primo luogo, esso ha coinvolto solo un piccolo gruppo di paesi (di fatto, l'Unione europea e il Giappone), responsabili di una quota minoritaria delle emissioni globali. Alcuni paesi (come gli Stati Uniti) si sono chiamati fuori, altri (come le grandi economie emergenti) non sono stati neppure tirati dentro.

Secondariamente, il traguardo di Kyoto era, al tempo stesso, troppo ambizioso e troppo poco ambizioso. Troppo, perché tagliare anche di pochi punti percentuali le emissioni, ma in un periodo molto breve, equivale a chiedere uno sforzo titanico, date le dinamiche inerziali dei sistemi energetici ed economici. Troppo poco, perché - una volta messi sullo sfondo della crescita impetuosa delle emissioni totali - i risultati che potranno essere raggiunti dai cavalieri che tentarono l'impresa sembrano svanire. Non è stupefacente, ma dovrebbe essere motivo di riflessione, che molto probabilmente l'Ue riuscirà a rispettare gli obblighi che si è assunta solo grazie all'impatto devastante della crisi economica, che ha abbattuto la produzione industriale.

Replicare questo modello è una ricetta sicura per il fallimento, specie ora che, complice la crisi, è chiaro che lo scenario politico non è molto diverso da quello di dodici anni fa. Gli Usa restano riottosi (sebbene con una retorica più aperta), Cina e India si tengono ai margini, l'Europa continua a proclamare, in campo climatico, una leadership che del resto nessuno vuole contenderle. Se si vuole ottenere qualcosa, bisogna cambiare paradigma. Abbandonare i target velleitari - o economicamente insostenibili - e cercare una risposta istituzionale, che parta da una constatazione banale. Sebbene i paesi industrializzati siano storicamente i maggiori responsabili delle emissioni di gas serra, e nonostante su base pro capite essi siano ancora molto lontani dal mondo in via di sviluppo, in atmosfera non si accumulano le molecole pro capite, ma quelle totali. In questa prospettiva, la minaccia potenzialmente maggiore al clima viene dalle economie emergenti: più popolose e con tassi di crescita assai più robusti dei nostri. Queste economie hanno anche un'altra caratteristica: essendo meno sofisticate tecnologicamente, hanno un'intensità carbonica - cioè un rapporto tra emissioni e prodotto interno lordo - molto più alta di quella occidentale. Accanirsi sulle emissioni dei paesi sviluppati rischia di portare poco lontano: cercare di contenere l'aumento di quelle nei paesi in via di sviluppo, possibilmente con un impatto ridotto sull'economia o addirittura rendendola più salda.

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