Da scienziato ad attivista. Intervista a James Hansen

Ambiente e clima
24 Settembre 2010

Intervista a James Hansen
NASA's Goddard Institute for Space Studies di Keith Kloor,
"
Nature Reports Climate Change"
Traduzione e sintesi di Agnese Bertello

James Hansen, probabilmente il più famoso climatologo del mondo, ha voglia di urlarlo ai quattro venti. Direttore dell'Istituto Goddard per gli Studi Spaziali di New York, Hansen negli ultimi anni è diventato famoso più per il suo attivismo in merito al cambiamento climatico che per le sue ricerche scientifiche. Nello scorso luglio, scrisse sul suo sito che "il clima era ormai ad un punto di non ritorno" e che le conseguenze sarebbero state "irreversibili" se non fossimo immediatamente corsi ai ripari, riducendo drasticamente le emissioni nei prossimi decenni.

La sua convinzione che una catastrofe climatica si stia profilando all'orizzonte ha portato Hansen ha farsi sempre più carico di un ruolo di strenuo difensore del pianeta, inviando molte lettere di suppliche ai leader del mondo e a portare avanti proteste, molto ben pubblicizzate, contro centrali a carbone con l'esplicito intento di farsi arrestare. Una dedizione al tema che lo ha portato anche, all'età di 68 anni, a scrivere il suo primo libro. Il titolo, Storms of my grandchildren, fa proprio riferimento alla ferocia degli eventi climatici catastrofici che, secondo Hansen, investiranno le prossime generazioni, se continuerà questo uso smodato dei combustibili fossili.

I politici stanno fallendo nel proteggere le generazioni future da questi cataclismi. Il tema centrale del libro, del resto, è proprio l'urgenza del problema e l'inerzia della politica. "Mi dispiace dover dire", scrive nel libro, "che tutto quello che i politici fanno a questo proposito, non è che una sorta di greenwashing: le loro proposte sembrano interessanti, ma ci stanno ingannando e si ingannano loro stessi". Tra questi politici, Hansen mette Obama e anche il vice presidente Al Gore, che è forse tra quelli che hanno cercato di fare di più a questo proposito. "L'ho visto al Larry King l'altra sera", racconta Hansen "e ciò che mi ha preoccupato è che sembrava ottimista circa il fatto che ci stiamo muovendo nella direzione giusta per risolvere il problema".

Se c'è qualcuno che può permettersi esternazioni di questo tipo, quello è Hansen. Spesso si parla dello scienziato americano come del "nonno del riscaldamento globale". Fu proprio lui, in effetti, il primo a esprimere pubblicamente le sue preoccupazioni in merito, nel lontano 1988, durante una seduta al Senato degli Stati Uniti, in cui disse che la terra era entrata in un periodo caratterizzato da un trend di progressivo riscaldamento a lungo termine e che i gas serra prodotti dall'attività umana erano quasi certamente responsabili di questo fenomeno. Hansen basava le sue affermazioni sulle proiezioni fornite dai modelli climatici che pubblicò successivamente quello stesso anno e ancora validi oggi. Negli ultimi venti anni, Hansen ha continuato a pubblicare regolarmente su riviste, ma oggi preferisce ricorrere a dati e analisi storiche, quelli che gli scienziati chiamano dati paleoclimatici, piuttosto che a modelli climatici che, come ammette lui stesso, sono imperfetti e rischiano soprattutto di confondere un pubblico di non esperti.

La sua incursione nel paleoclima della terra lo ha anche indotto a cambiare il suo assunto iniziale secondo cui l'umanità avrebbe potuto farcela mantenendosi su livelli di concentrazione di gas serra nell'atmosfera pari a 450 parti per milione (p.p.m.). Hansen oggi è convinto che quell'indice sia già troppo elevato, pericoloso. "È cruciale", scrive Hansen nel suo libro, "che riconosciamo immediatamente la necessità di ridurre il biossido di carbonio in atmosfera a 350 p.p.m. al massimo per evitare disastri per le future generazioni". Mantenere le concentrazioni atmosferiche di gas serra (misurati con CO2 equivalente) sotto i 350 p.p.m. potrebbe prevenire l'aumento della temperatura di più di 1 grado sopra i livelli attuali, che è il livello cui secondo Hansen dovremmo fermarci. Corrisponde a 1,7° sopra la media delle temperature di un'epoca preindustriale, un po' al di sotto di quei 2° C, ufficialmente riconosciuti come limite massimo per evitare problemi. Nel suo report del 2007, l'IPCC concludeva che mantenendo l'aumento di temperature tra 2°C e 2,4°C voleva dire stabilizzarsi intorno a 450 p.p.m. Il livello del 2009 è invece di 387 p.p.m. Le più recenti ricerche sembrano però dimostrare che 450 p.p.m. sia un livello già troppo elevato per evitare impatti negativi e fa pensare che ancora una volta Hansen anticipi i tempi. Alcuni si domandano se l'attività ambientalista di Hansen non abbia in qualche modo compromesso la sua autorevolezza come scienziato del clima. Hansen ne parla nelle prime pagine del suo libro. "Sono consapevole del fatto che alcuni mi vedono ormai come una specie di predicatore. Non è corretto. Qualcosa è cambiato. Ho preso coscienza di essere un testimone non solo di quanto accade nel sistema climatico terrestre, ma anche di questo processo di greenwash. Per i politici, gli scienziati devono fornire i loro dati e poi togliersi di torno. Invece, scienza e politica non possono essere separate."

Ho chiesto ad Hansen di sviluppare meglio questo concetto. "C'è una profonda distanza tra la posizione pubblica dei politici e la realtà delle loro politiche", mi ha risposto. "Basta vedere la situazione del Congresso", aggiunge, alludendo alla legislazione su cap and trade che sta per passare all'analisi del Senato. Hansen non condivide la sostanza del documento, fondamentalmente perché il sistema delle compensazioni permette a chi inquina di continuare a emettere gas serra, ma anche perché le lobbies politiche hanno brigato fino alla fine per introdurre clausole che consentono alle centrali a carbone oggi attive di rimanere in attività. L'unica soluzione, sostiene Hansen, "è far fuori definitivamente i fossili". E il modo migliore per farlo è attraverso l'istituzione di una Carbon Tax.

Hansen è abbastanza realistico, comunque, da ammettere che "le riserve di petrolio e gas saranno usate tutte per intero. A possederle sono paesi come Russia e Arabia saudita e nessun accordo internazionale sul clima gli impedirà di vendere fino all'ultima goccia di queste riserve".

Sottolinea anche come l'uso del carbone sia aumentato negli ultimi anni e come sia tornato ad essere la prima fonte di emissioni. "Stiamo tornando al carbone", dice. Qualche giorno prima che io incontrassi Hansen, Cina e USA - i due maggiori emettitori di CO2 e i due Paesi con le maggiori riserve di carbone sul pianeta - avevano firmato un accordo di cooperazione sull'ambiente: uno dei punti del documento parlava specificamente della promozione di tecnologie d'avanguardia per il carbone. Nel suo libro, Hansen dice a chiare lettere che nessuna nuova centrale a carbone dovrebbe essere realizzata senza tecnologie per la cattura e lo stoccaggio della CO2 (CCS).

È anche dell'idea che qualunque strategia USA per il clima, che si voglia efficace, debba necessariamente includere le centrali nucleari. Da questo punto di vista, ancora una volta, Hansen si scontra con molti ambientalisti americani che sono antinuclearisti. "Non credo che la gente capisca il problema", dice Hansen. "Bisogna confrontare il nucleare con il carbone. Nessuno dei due rappresenta l'ideale, ma il livello di sicurezza del nucleare è certamente superiore."

Ho chiesto ad Hansen che cosa ne pensa degli sforzi che si fanno per convincere i cittadini a ridurre la loro impronta di carbonio e se lui stesso facesse qualcosa al riguardo. Hansen ha ridimensionato questo aspetto, sorprendendomi in qualche modo, sostenendo che non è nel potere del singolo individuo risolvere il problema. "Se riduciamo la nostra impronta di carbonio, uno degli effetti più evidenti sarà una flessione della domanda e ciò comporta un abbassamento del di petrolio e benzina: questo vuol solo dire che ci sarà qualcun altro a bruciarli. Invece, una delle cose migliori che si possono fare, a livello di scelte individuale è smettere di mangiare carne. Io ormai sono quasi del tutto vegetariano."

APPROFONDIMENTI
L'intervista originale on line su Nature

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