Durban: un fallimento annunciato

Ambiente e clima
20 Dicembre 2011

di Paolo Saraceno, INAF

 

Da alcuni anni i summit sul clima si aprono con grandi aspettative e si concludono con grandi delusioni. Durban non ha fatto eccezione; basta guardare la stampa mondiale per rendersene conto.

L’inglese Guardian nota che difficilmente l’intesa di Durban salverà il clima perché il patto firmato con i paesi emergenti (responsabili del 60% delle emissioni di CO2) rimanda al 2015 la ratifica di un accordo che dovrebbe entrare in vigore nel 2020. Si tratterebbe di un specie di Kyoto II che dovrebbe coinvolgere gli stati che sono stati sino ad oggi recalcitranti ad impegni sul clima e che potrebbero non cambiare atteggiamento. Si tratta dei paesi emergenti, Stati Uniti e Russia. Questo rinvio viene giudicato dal Guardian troppo lungo per riuscire ad evitare un aumento di 2 gradi della temperatura del pianeta e rende anzi probabile un aumento di 4 gradi. Un aumento che, secondo molti climatologhi, provocherebbe una serie di eventi drammatici di cui non si sa valutare l’entità.

I commenti degli altri giornali sono tutti dello stesso tenore, lo svizzero Neue Zürcher Zeitung scrive: “A Durban ha trionfato la retorica” e ricorda che i dieci anni più caldi degli ultimi due secoli sono stati registrati nel periodo 1997-2010. Il Corriere della Sera parla di “grande delusione” ; El Pais scrive di “un patto che non arresta le emissioni” ; il tedesco Frankfurter Allgemeine scrive: “Nessuna soluzione da parte di nessuno”. Il meno pessimista è Le Monde che apre con un laconico: “si poteva fare meglio”. I soli commenti positivi si leggono sulla stampa cinese che, allineata con le tesi del regime, esprime soddisfazione per questo “non accordo”.

Nei commenti di tutti gli esperti aleggia pessimismo, perché nessuno crede che nel 2015 si potrà firmare un accordo che obblighi paesi emergenti, USA e Russia ad andare contro i loro interessi economici; è poi chiaro che un accordo fatto senza di loro è dannoso per il pianeta e per le economie dei paesi che lo sottoscrivono.

Per capire i termini del problema basta guardare la tabella allegata. Nelle due colonna di sinistra sono riportate in ordine decrescente le tonnellate di CO2 emesse per abitante da alcune nazioni e continenti rappresentativi dell’economia mondiale. Ai primi posti ci sono i paesi sviluppati, spesso spreconi e, agli ultimi, i paesi e i continenti più poveri; l’ultima della la lista è l’Africa.

 

Nelle due colonne di destra le stesse nazioni e gli stessi continenti sono elencati in base alle tonnellate di CO2 emesse per ogni 20.000 US $ di PIL ( Prodotto Interno Lordo): in alto si trovano i paesi con le industrie più inquinanti (Russia e Cina) in basso i paesi più virtuosi, Francia e Svezia.

La tabella spiega perché i summit sull’ambiente sono falliti: ognuno dei paesi partecipanti guarda il lato della tabella che più gli conviene. I paesi emergenti guardano le colonne di sinistra e proclamano il loro diritto ad un inquinamento procapite uguale a quello dei paesi sviluppati. I paesi sviluppati guardano le colonne di destra e chiedono ai paesi emergenti d’investire nella riduzione delle emissioni.

Il modo con cui si produce l’energia elettrica, (responsabile del 30% circa delle emissioni) gioca un ruolo importante nella posizionare di un paese nella classifica di destra. Il Brasile, ad esempio, è il solo dei paesi emergenti che ha emissioni per PIL prodotto al di sotto della media mondiale perché, come gran parte dei paesi sudamericani e alcuni paesi africani, produce quasi tutta la corrente elettrica con l’idroelettrico. Tra i paesi sviluppati i più virtuosi sono Francia e Svezia che, come Svizzera, Finlandia, Islanda ed altri, fanno grande uso di rinnovabili (idroelettrico, geotermico ed eolico) e per la parte restante utilizzano il nucleare, abbattendo così le emissioni.

Si capisce anche perché protocolli come quello di Kyoto falliscono in un mondo dominato dal libero mercato, quando non è firmato da tutte le nazioni della Terra. Si consideri, un’industria Francese o Svedese, nazioni tra le più virtuose della colonna di destra, che deve applicare le costose misure antinquinamento previste dal trattato a cui il suo paese ha aderito e nello stesso tempo deve competere con industrie indiane e cinesi che non hanno queste misure e per di più hanno un costo del lavoro minore. Se quest’industria vuole sopravvivere, ha una sola scelta: spostare gli stabilimenti nei paesi dove non ci sono vincoli ambientali e il lavoro costa meno. Al maggior inquinamento alla produzione si deve poi aggiungere l’inquinamento legato al trasporto dei beni in occidente da dove non c’è più la produzione dei beni, ma è restato il mercato.

Accordi come quelli di Kyoto, fatti solo da alcune nazioni, hanno quindi l’effetto di trasferire la produzione di alcuni beni dai paesi che sottoscrivono gli accordi a quelli che non li sottoscrivono (l’Europa ha perso in questo modo tutta l’industria delle microfibre). Questo provoca un danno al pianeta, una perdita di occupazione per i paesi che aderiscono all’accordo e un aumento del loro debito estero (perché beni che prima erano prodotti in casa sono adesso importati).

Si capisce quindi che se Cina, India, USA Russia continueranno ad opporsi a questi accordi, rischiano di trascinare sul versante del no altri paesi che hanno ormai capito la scarsa utilità per l’ambiente di questi accordi e il danno che arrecano alle loro economie. Ci sono quindi tutti gli elementi perché il prossimo summit sull’ambiente fallisca come sono falliti Durban e Copenaghen..

Esiste una soluzione a questo apparente stallo ? In un interessante libro di Stefano Casertano (La guerra del clima, 2011 Brioschi editore) è delineata una possibile soluzione: se è impossibile obbligare i paesi produttori a pagare i costi dell’inquinamento al momento in cui producono il bene, si può allora cercare di farlo pagare ai paesi consumatori quando il bene arriva alla destinazione finale. I paesi che aderirebbero a questo nuovo accordo si impegnerebbero così ad esigere, al momento del consumo del bene, una tassa proporzionale agli inquinanti prodotti per costruirlo. La tassa verrebbe poi versata ad un ente sovranazionale che lo destinerebbe ad opere di compensazione climatica. Nel caso di beni prodotti all’estero, questa tassa si configurerebbe come un dazio all’importazione. Un esempio: stando all’ultima colonna della tabella, un bene prodotto in Russia rispetto ad un bene prodotto in Svezia, ha un impatto sull’ambiente 38.6/1.5 = 25.7 volte maggiore. All’importazione di quel bene in Svezia la Russia deve pagare un dazio proporzionale a quel fattore.

Con questo meccanismo si ridurrebbe la convenienza a trasferire le produzioni dei nei dai paesi virtuosi a quelli inquinanti. Questi ultimi, per mantenere il mercato, sarebbero incentivati a migliorare l’impatto ambientale delle loro industrie. L’effetto sarebbe positivo per il pianeta ma anche per le economie mondiali, si avrebbe un minore sbilanciamento delle economie occidentali verso quelle dei paesi emergenti e paesi come l’Italia salverebbero, in parte, la loro occupazione.

Una tassa basata sulla tabella di destra sarebbe anche un incentivo per i paesi sviluppati a inquinare meno, migliorando l’efficienza degli impianti, rendendo più pulite le loro produzioni. Sarebbe anche un incentivo a produrre energia elettrica senza usare combustibili fossili, utilizzando le rinnovabili e nucleare. Chi riuscirà a farlo diventerà sempre più virtuoso, scenderà nella tabella e si vedrà applicare dazi sempre più bassi che faciliteranno le sue esportazioni.

Si riuscirà ad arrivare ad un accordo simile, che vedrà l’opposizione di India Cina, USA e Russia? Questa è la battaglia da fare per il prossimo summit. Se non si arriverà a soluzioni di questo tipo si può annunciare già oggi che il 2015 vedrà un nuovo fallimento e che il pianeta continuerà ad andare verso una crisi climatica che potrebbe presto divenire irreversibile.

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