Il climate change che stravolge la geografia politica

Ambiente e clima
09 Gennaio 2010

Intervista a Furio Cerutti, professore di Filosofia politica, Università di Firenze di Agnese Bertello

Il neo eletto presidente delle Maldive intende comprare terre per dare una nuova patria al suo popolo quando le Maldive scompariranno per via dell'innalzamento del livello del mare dovuto al cambiamento climatico.
Una transazione commerciale per evitare un destino di profughi.

Mohamed Nasheed, il nuovo Presidente, anzi il primo Presidente democraticamente eletto, è un attivista dei diritti umani che viene dopo un dittatore che ha combattuto e che lo ha incarcerato e torturato.
Nasheed sta cercando di fare una politica di rinascita seguendo strade nuove.
Quello cui Naheed deve far fronte è un problema di sopravvivenza, da risolvere con un'azione di diritto privato comprando terre.
Non dobbiamo stupircene, quello che lui fa, in realtà, è segnalare in questo modo un problema che è reale, concreto, urgente, che riguarda la sua nazione ma non solo. Le Maldive hanno un'altezza minima sopra il livello del mare di 2,40 m; se l'innalzamento dei mari sarà, come stimano le previsioni più attendibili, di 58 cm, è evidente che una grossa parte del suo territorio verrà sommerso. Nasheed ha cominciato a parlarne per tempo: l'idea è di riutilizzare i profitti
provenienti dal turismo per riuscire a individuare una nuova patria.

 Lo scenario che si apre però è inquietante, tale da cambiare completamente lo scenario geopolitico del pianeta.
Eppure di queste prospettive, di come cioè il cambiamento climatico influirà sulla configurazione politica, demografica del pianeta, si parla molto poco.

La cosa sta diventando seria, soprattutto per quelle popolazioni che sono già tra le più sfortunate sul pianeta: paesi poveri e male organizzati. Lo stesso problema delle Maldive esiste per gli abitanti del Sahel (per via della desertificazione), o per i pescatori del Bangladesh, con il fatto in più però che un' ipotesi del genere non è pensabile per lo stato del sub-continente indiano che non può farsi forte dei proventi di un turismo florido.
Il Bangladesh non può certo comprarsi pezzi di Norvegia. Un cambiamento di tipo demografico è però sicuro. Quello che possiamo certamente aspettarci sono fenomeni migratori di proporzioni enormi, in confronto alle quali quanto stiamo vivendo oggi non è nulla. Il fenomeno arriverà a toccare direttamente noi cittadini dei ricchi paesi occidentali e settentrionali solo più avanti, diciamo tra 100 o 200 anni, se non verrà rallentato il processo di riscaldamento dell'atmosfera che contribuisce alla crescita in altezza dei mari.

Nell'articolo del Corriere che riportava la notizia del Guardian, Giacomo Vaciago, economista, sosteneva che anche la Cina sta comprando terre in Africa...
Per quanto riguarda la Cina io direi che le motivazioni del suo interesse verso l'Africa sono ancora di vecchio stampo, sostanzialmente coloniali, nel senso che il tentativo è di appropriarsi, con le buone, almeno per ora, delle grandi ricchezze minerarie del continente, sfruttarne i giacimenti di materie prime.

Il Darfur può essere considerato un esempio di quanto ci aspetta?
In Darfur certamente la questione ambientale centra, la desertificazione dell'area ha certamente reso più difficile la coabitazione di popolazioni africane e arabe che hanno tradizioni economiche e culturali radicalmente diverse, ma bisogna anche sottolineare che la situazione in questo caso era già estremamente complessa ed esplosiva. Si tratta di un conflitto, ormai armato, che ha connotati etnici, religiosi, economici propri di un paese, il Sudan, estremamente importante perché ricco di petrolio, e in cui la Cina ha enormi interessi

Ci stiamo preparando in qualche modo ad affrontare questi scenari, oppure no?
No, assolutamente. Non ci si sta preparando alle emergenze. Non c'è nessun processo di adattamento o di adeguamento a questi scenari. Un piano complessivo, globale che valuti seriamente questo scenario e che ipotizzi delle azioni per accogliere queste persone, questi nuovi migranti, non c'è, anzi le singole nazioni pongono vincoli e restrizioni sempre più forti.
Del resto non si tratta solo di trovare misure d'adattamento, ma di agire sulle cause del cambiamento climatico. nel senso della cosiddetta "mitigation". Sappiamo purtroppo bene che Kyoto in quanto a risultati tangibili è un fallimento e che anche per quanto riguarda la prossima Conferenza di Copenhagen (fine 2009) le aspettative non sono favorevoli. Non riusciamo a fare una politica globale su questo tema.

Nel suo ultimo libro Global Challenges for Leviathan. A Political Philosophy of Nuclear Weapons and Global Warming, lei affronta il tema dell'etica, di quale comportamento etico sia la risposta opportuna a queste nuove sfide globali. Qual è la sua posizione in merito?
Noi tendiamo, nel migliore dei casi, a prendere in considerazione solo le generazioni che ci sono più prossime: i nostri figli, i nostri nipoti, quelle verso cui riusciamo a sentire un condizionamento emotivo. E in questo senso stiamo, in qualche caso, approntando solo opere di adattamento, mentre manca sostanzialmente finora quella riforma radicale del nostro modo di vivere e organizzarci come società e civiltà che porti a sprecare meno energia. Per questo pare che occorrerebbe spendere almeno fino a 1 punto del PILannualmente, da cui va però sottratto quello che comunque perdiamo in danni per non avere contrastato finora il cambiamento climatico. Noi però abbiamo un obbligo anche verso le generazioni successive per ragioni etiche: non abbiamo il diritto di rompere la catena che lega le varie generazioni di genitori ai loro figli. Non agendo ora, toglieremo ai futuri genitori le condizioni minime, di base, entro cui si può vivere il rapporto di fiducia instaurato con i nuovi nati. Si tratta di una questione di equità intergenerazionale. Inoltre, per me è in gioco la nostra identità. Potremmo sentirci genere umano se sapessimo che le prossime generazioni sparirebbero o vivrebbero comunque estremamente peggio perché non abbiamo agito tempestivamente e opportunamente? Io credo di no. Credo che il senso stesso della nostra vita, come esseri umani, la nostra stessa identità come genere umano, non inteso come ideale filosofico ma come unità di individui sottoposti alle medesime minacce globali (armi nucleari e cambiamento climatico), verrebbe meno.

APPROFONDIMENTI L'articolo sul Guardian

Condividi: