La dimensione etica dei cambiamenti climatici

Ambiente e clima

di Stefano Caserini, 
docente di Fenomeni di inquinamento al Politecnico di Milano,
Coordinatore del Comitato Scientifico del sito Climalteranti.it 

La deludente conclusione della Conferenza di Copenhagen è stata per molti un momento di riflessione preoccupata, accompagnata da una domanda.

Sono ancora fondate le speranze che l’umanità possa davvero realizzare l’obiettivo della Convenzione sul Clima , nata a Rio de Janeiro nel 1992, ossia evitare “un interferenza dannosa con il clima”?
Pur se come ho già avuto modo di scrivere nell’esito della COP15 ci sono anche alcuni aspetti positivi, è evidente il divario fra le politiche di mitigazione, necessarie per evitare un surriscaldamento dannoso del pianeta, e le politiche decise o in corso di decisione.
E, cosa ancora più grave, questo divario sta crescendo.

Da un lato infatti, la comunità scientifica, ormai impegnata ai massimi livelli su questa grande questione, sta sfornando a ripetizione lavori di grandissimo spessore che tolgono i dubbi residui sulla realtà del riscaldamento in atto, sulla determinante influenza umana e sulla pericolosità dei danni attesi nei prossimi decenni. Ormai gli studiosi del clima discutono sui dettagli, e forniscono un quadro sempre più preoccupante. Basta leggere gli editoriali di riviste come ScienceNature o PNAS, o i rapporti di sintesi fatti dagli scienziati stessi. L’ultimo, ilCopenhagen Diagnosis, realizzato come una sorta di aggiornamento del Quarto Rapporto IPCC del 2007, proprio per la COP15, è quasi brutale in alcuni passaggi in cui mostra come la realtà stia seguendo le previsioni più pessimistiche del passato (ad esempio sull’andamento delle emissioni o la scomparsa del ghiaccio marino artico).

Che la situazione sia sempre più preoccupante è mostrato d’altra parte dalla perdita di spessore delle tesi dei cosiddetti “scettici”, spesso meglio definibili come negazionisti, in quanto dediti ormai ad un’attività di riciclaggio di miti e leggende su cui la comunità scientifica ha dato da anni risposte convincenti. I pochi articoli pubblicati nella letteratura scientifica che in qualche modo potrebbero far sorgere dubbi su importanti carenze nella conoscenza del sistema climatico, vengono ormai demoliti in pochi mesi, a volte anche in modo un po’ rude (come è capitato agli ultimi lavori di Nicola Scafetta e Richard Lindzen). Non è quindi un caso che la polemica più accesa dell’ultimo anno, che secondo qualcuno avrebbe messo in discussione le conclusioni della scienza del clima, sia originata da un furto di email private scambiate da alcuni scienziati; pur se la vicenda ha avuto un’incredibile risonanza mediatica, non è emerso un solo elemento di rilevanza scientifica, non è stato cambiato alcun dato o rapporto, niente che possa permetterci di preoccuparci di meno. Come era, purtroppo,prevedibile.

Se ormai voci importanti della comunità scientifica propongono un obiettivo di stabilizzazione a350 ppm di CO2, ossia 38 ppm al di sotto dei livelli attuali, la politica è in grande, enorme ritardo.

Le molte attese per un accordo a Copenhagen erano motivate dalla crescente consapevolezza della necessità di un vero salto di qualità delle politiche climatiche. Salto fallito, se mai davvero tentato a Copenhagen. Le posizioni in campo sono molto distanti, e non solo fra USA e Cina.

Il 2010 sarà un altro anno cruciale per le politiche sul clima, ma va detto che le visioni pessimiste ora hanno qualche argomento in più.

Dove sta il problema?
E' questa la domanda che si poneva Chicco Testa in un precedente post.

Alle due spiegazioni proposte da Testa, la ricerca di consenso politico di breve/medio periodo che caratterizza la politica, nonché la povertà come ostacolo all’innovazione e alle tecnologie pulite, ne aggiungo altre.

La prima, che richiederebbe tanto spazio per essere discussa, può essere sintetizzata nella tesi che l’attuale sistema economico non è stato pensato per garantire uno sviluppo e un benessere durevole per tutti, ed è quindi del tutto comprensibile che senza seri correttivi possa portare a danni rilevanti per l’ambiente e gli esseri umani, con gravi squilibri geografici e generazionali.

La seconda, di cui ho parlato nell’ultimo capitolo dei miei libri ha origini psicologiche e sociologiche: è umano voler rimuovere fatti e azioni scomode, che ci danno ansia, inquietudine. Noi abbiamo voglia di essere rassicurati, non vediamo l’ora. Ad esempio, le nevicate invernali ci confortano perché ci permettono di illuderci della non esistenza del riscaldamento globale.
Infine, un altro fattore che spiega la grande inerzia del cambiamento, il ritardo nelle azioni di trasformazione dei sistemi produttivi e dei comportamenti individuali, è la mancanza nella maggior parte della popolazione delle informazioni basilari sulla questione climatica, in un contesto di analfabetismo scientifico diffuso e incoraggiato da alcuni mezzi di informazione. Non è un problema solo italiano, ma è soprattutto italiano.

Siamo il paese in cui i principali programmi televisivi che parlano di scienza sono Mistero eVoyager, in cui ai vertici di uno dei massimo organi di ricerca scientifica c’è un convinto anti-evoluzionista e crede che l’uomo sia stato creato qualche millennio or sono. Perché stupirsi dunque se i più non sanno cosa siano i cambiamenti climatici, e dunque facilmente oscillano fra la negazione e l’allarmismo catastrofista ?

Non sono quindi senza fondamento le voci pessimiste sul futuro climatico del pianeta. Molto c’è da fare, a tanti e diversi livelli. Ma per uno sforzo epico come è quello di trasformare radicalmente in pochi decenni un sistema energetico e un rapporto predatorio verso le risorse del pianeta, la comprensione della rilevanza della questione climatica, la convinzione della necessità del cambiamento giocheranno un ruolo fondamentale. Come ha scritto Testa, la “guerra all’effetto serra” non si può combattere con la scarsa determinazione di questi anni.

Fra le via d’uscita dall’attuale situazione sarà necessario riconoscere la crisi climatica nella sua dimensione sistemica, nel suo essere prima di tutto un problema di giustizia, di equità, una questione etica.

E questo è un problema perché l’etica spesso è considerata solo come parte di una dimensione religiosa, insomma un tema da lasciare ai preti (nei talk show televisivi, se si parla di un tema etico, si fa entrare l’alto prelato…).

È singolare come negli ultimi tempi numerose voci, fra cui ad esempio Al Gore, abbiano proposto la riscoperta della dimensione religiosa (“la salvaguardia del creato”) come mezzo per sensibilizzarci sulla necessità delle politiche climatiche. In realtà, proprio dai movimenti religiosi più integralisti è venuto in passato un grande sostegno a chi ha ostacolato in modo sistematico le politiche climatiche; anche in Italia diverse organizzazioni dell’integralismo religioso sono in prima fila nel propagandare tesi negazioniste sul clima, tanto che il premio “A qualcuno piace caldo” è stato assegnato per il 2008 a due loro esponenti.

È probabile che in un mondo in progressivo surriscaldamento, anche i movimenti religiosi scopriranno in futuro la gravità del problema climatico, per gli impatti sulle persone più povere del pianeta, come una questione centrale dello sviluppo. Ma visto com’è andata fino ad oggi, non è detto che ci sarà qualcosa oltre alle solite dichiarazioni di facciata sulla necessità di proteggere l’ambiente e il cosiddetto creato.

Forse sarebbe più saggio ascoltare quanto la scienza del clima dice da decenni, ricordando che la dimensione etica del problema climatico riguarda tutte le persone, al di là dall’avere o meno fede in entità soprannaturali.

In fondo, le domande sul senso di questo inseguimento continuo della crescita delle produzioni e dei consumi della nostra società, o su come vorremmo essere ricordati dalle generazioni future, ci riguardano tutti. Ci coinvolgono ad un livello profondo della nostra vita, in quanto si tratta di ridefinire i limiti delle aspettative umane.

Questo, alla fine, è il problema principale della questione climatica.

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