Mitigazione e adattamento. Una scelta soggettiva?

Ambiente e clima
23 Gennaio 2011

di Bruno Carli, CNR

Nella conferenza di Copenhagen sul clima, tenutasi lo scorso dicembre, non si è raggiunto un accordo sulle possibili strategie per la mitigazione dei cambiamenti climatici. La volontà politica espressa a Copenhagen sembra essere il risultato del crescente scetticismo sul fatto che i cambiamenti climatici siano dovuti all’uomo.

Ciononostante, in un recente articolo di Valerio Gualerzi apparso su Repubblica on-line si parla di quanto si comincia a fare in tutto il mondo per adattarsi ai cambiamenti climatici: “argini e corsi dei fiumi risistemati per resistere a piene più violente in Gran Bretagna e Olanda; sbarramenti e risistemazioni delle zone costiere contro l'innalzamento del livello del mare in Olanda, Germania e in diverse isole del Pacifico; riconversione dell'agricoltura a culture più resistenti alla siccità in Africa; invasi per raccogliere l'acqua di ghiacciai destinati a sciogliersi più in fretta in Butan e in altri paesi asiatici; barriere forestali contro la desertificazioni in Cina”.

Sorprende che ci siano tanti scettici sulle strategie di mitigazione e che poco si contestino le tanto costose strategie di adattamento. Mitigazione e adattamento sono strumenti per affrontare lo stesso problema: i cambiamenti climatici. Ambedue sono da adottare limitatamente alla fiducia che siamo disposti a riporre nelle nostre capacità di descrizione e previsione dei cambiamenti. Per di più, mentre la mitigazione si pone l’obiettivo relativamente facile di riportare il sistema alle condizioni iniziali (condizioni note), l’adattamento ha l’ambizione di saper prevedere quali saranno le nuove condizioni verso le quali evolverà il sistema. Se i nostri modelli sono talmente incerti da rendere inaffidabile l’attribuzione dei cambiamenti climatici all’uomo (cioè non sanno capire le cause), come possono essere affidabili nel prescrivere gli adattamenti (cioè prevedere gli effetti)?

Appare pertanto contraddittorio che in presenza di un percepibile scetticismo sulle conclusioni scientifiche di attribuzione, si investa con serenità nell’adattamento. Questa incongruenza si spiega solo col fatto che le convinzioni che si sviluppano intorno ai problemi controversi, come possono essere i cambiamenti climatici, sono tutto meno che razionali.

Quando i fatti hanno degli elementi d’incertezza le nostre scelte finiscono per essere influenzate anche da quello che ci piacerebbe che fosse la realtà. Se è annunciato uno sciopero dei treni e un nostro viaggio è messo a rischio, è probabile che annulleremo il viaggio non tanto in base alle effettive probabilità di essere ostacolati dallo sciopero, ma piuttosto in base al nostro desiderio di fare o non fare quel viaggio. Per di più, se i nostri desideri sono molto forti siamo pronti ad attaccarci pretestuosamente anche ai più piccoli margini d’incertezza.

Dobbiamo prendere atto che la mitigazione richiede sacrifici che non sempre e non tutti sono disposti a fare, mentre l’adattamento può in molti casi essere una strada più facilmente percorribile. Questa concessione alla soggettività delle nostre scelte non può però giustificare l’ipocrisia di negare la fiducia nei modelli che attribuiscono all’uomo la responsabilità dei cambiamenti climatici in corso e di accettare che gli stessi modelli siano utilizzati per la pianificazione degli adattamenti. La previsione degli scenari futuri è un compito molto più difficile di quello dell’attribuzione e in questo caso sì che c’è molta strada da fare per ottenere risposte che siano qualcosa di più di generiche indicazioni di tendenza.

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