Quando il clima incontra l'arte

Ambiente e clima
15 Maggio 2012

Energia e cambiamento climatico sono due temi scientifici complessi e fondamentali per la nostra epoca. Quale possa essere il modo migliore per promuovere una consapevolezza diffusa su questi temi è una delle tante sfide in cui questi temi ci impegnano.

 

Quello che manca è un linguaggio nuovo che si fondi su congnizioni scientifiche accreditate, ma sappia “farle arrivare” a un pubblico vasto in maniera diretta, chiara, forte. Da questa consapevolezza nel 2001 è nato il progetto Cape Farewell, di David Buckland che ha portato, con le 8 spedizioni scientifiche che fino ad ora sono state realizzate, a fare esperienza in maniera diretta del climate change circa 140 artisti di tutto il mondo insieme a una cinquantina di scienziati.

 

Un progetto che vuole abolire uno degli steccati più rigidi finora eretti culturalmente, cioè quello tra il linguaggio e la ricerca artistica e il linguaggio e la ricerca scientifica. Spinto dalla consapevolezza della serietà del problema del cambiamento climatico, David Buckland ha promosso uno strumento per saltare lo steccato e parlare in termini emotivi e personali di cose difficili e niente affatto emozionanti come l’aumento della temperatura del pianeta. Per risvegliare le coscienze e stimolare un comportamento sociale diverso bisogna parlare in maniera emozionale, certo senza tradire i dati scientifici.

 

Buckland, che sarà a Venezia per il seminario “Climate is Culture: when the science meets arts” organizzato dall’ICCG il 17 maggio prossimo, è convinto che la risposta al cambiamento climatico non possa che essere una risposta culturale. “Il climate change non è una responsabilità degli scienziati”, ha dichiarato nell’intervista rilasciata a Climate Science & Policy, “Non sta agli scienziati trovare la soluzione. La responsabilità è culturale. In questo senso, il climate change è cultura. La nostra cultura impatta sul clima e se vogliamo avere dei risultati dobbiamo riuscire a dare uno schiaffo culturale alla nostra società”.

 

Dal 2003 in avanti, le missioni di Cape FArewell hanno toccato l’Artico, le Ande Peruviane, l’Amazzonia, e le isole occidentali della Scozia. Il risultato è una straordinaria collezione di prodotti artistici di ogni genere,  mostre, libri, video, film, programmi educativi, che usano un linguaggio nuovo. Il più celebre è forse il romanzo di Ian McEwan, Solar, scritto proprio dopo l’esperienza di Cape Farewell.

 

Qualche giorno fa a Parigi, alla Fondation Espace, è stata inaugurata la mostra “Carbonio 12” che celebra questo approccio intrerdisciplinare, mostra un’ampia gamma di temi legati al clima. La mostra parigina è stata preceduta da un’analoga versione nel Texas. Carbonio 13 era centrata sulla nostra vita quotidiana, e sulla nostra dipendenza dai fossili, mentre la prossima, Carbonio 14, sarà inaugurerà a Toronto nel settembre 2013, al Royal Ontario Museum.

 

Che sia necessario individuare un nuovo linguaggio per proporre questi temi al pubblico il Festival è convinto da tempo. Già nell'edizione 2010 del FEstival dell'Energia, a Lecce, aveva proposto Beyond Entropy. When Energy Becomes Form una mostra multidisciplinare sperimentale promossa dall'AA School of Architecture di Londra. Il progetto coinvolgeva scienziati, artisti e architetti chiamati a dare forma al concetto di energia in maniera nuova, tessendo relazioni inconsuete tra domini scientifici diversi e distanti. La mostra è poi approdata alla Mostra di Architettura di Venezia e infine alla Triennale di Milano.

 

AL FESTIVAL
I temi energetici e ambientali cominciano ad affacciarsi anche nei romanzi degli scrittori italiani. Se ne parlerà a Perugia, al Festival dell'Energia, il 17 giugno alle ore 11 con Michele Governatori, Toi Bianca, Matteo Reale, ed Emilia Blanchetti.

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