Spartirsi la CO2

Ambiente e clima
04 Febbraio 2010

Intervista a Massimo Tavoni,
Princeton Environmental Institute, Fondazione Eni Enrico Mattei, CMCC
di Agnese Bertello

L'accordo siglato a Kyoto è ormai giunto alla sua scadenza naturale, le diplomazie sono al lavoro per negoziare nuovi accordi da definire a Copenaghen. Il problema centrale resta definire in che modo fissare target nazionali che rendano possibile la condivisione dell'obiettivo anche con i paesi in via di sviluppo. In che modo la proposta del gruppo di ricerca di Princeton di cui lei fa parte può aiutare questo processo?
Al momento non è chiaro quale accordo internazionale potrà emergere a Copenaghen, quello che è certo è che per ora le divisioni sono ancora tutte sul tavolo, sia tra i paesi industrializzati, che tra questi e i Paesi in via di sviluppo. Sono in corso intense negoziazioni bilaterali, soprattutto tra Stati Uniti e Cina. È un punto caldo, un nodo da sciogliere. Il principio di fondo fissato dalla UNFCC, l'organismo dell'ONU che si occupa dei cambiamenti climatici, indica come prioritario un approccio comune, condiviso, ma differenziato tra Paesi in via di sviluppo, cui va garantito il diritto alla crescita, e i Paesi industrializzati. Nella nostra proposta, questo concetto di fondo viene applicato a livello di singoli individui: due individui che emettono nello stesso modo, che cioè contribuiscono nello stesso modo al cambiamento climatico, vengono trattati in maniera uguale, indipendentemente da quale sia il Paese nel quale si vivono. Questa è l'idea di base. Si tratta di analizzare il tipo di emissioni dei cittadini di ogni nazionalita'; determinare quanti sono i "grandi emettitori" nel Paese, e quale livello di emissioni raggiungono: un valore che varia a seconda del tipo di lavoro, del reddito, dello stile di vita. I Paesi in via di sviluppo hanno ad esempio una media abbastanza bassa perché ospitano un grande numero di cittadini sotto o appena sopra la soglia di povertà, e quindi con bassissimi consumi di energia e di produzione di CO2. Ma nello stesso tempo ospitano anche un crescente numero di persone con stili di vita, e quindi emissioni, occidentali. Considerare solo le medie nazionali maschererebbe questi due aspetti, e non permetterebbe di riflettere adequatamente la crescita del tenore di vita nei paesi emergenti, e la conseguente responsabilita' al problema dei cambiamenti climatici.

Uno strumento molto flessibile, quindi. Concretamente come si arriva alla definizione del target nazionale?
Bisognava trovare un valore che potesse essere valido per tutti i Paesi del mondo. Un numero anche facile da comunicare. Abbiamo fissato un tetto individuale, riferito a singoli cittadini del mondo, che rappresenta le emissioni per così dire "sopportabili" dal pianeta stesso. 10,8 tonnellate di CO2 a testa in un anno è la quota massima entro la quale bisogna rimanere se vogliamo mantenere al 2030 il livello delle emissioni globali al livello attuale. Tra l'altro, questa cifra corrisponde alla media nazionale italiana. Ovviamente in Italia, e così in ogni paese industrializzato, c'è chi resta sotto questo tetto, e chi produce molta CO2 in più. Gli individui, ripeto, indipendentemente dal Paese in cui vivono, che superano questo livello, che emettono più CO2 di quanto fissato, devono mitigare le loro emissioni. A questo punto, sapendo quanti sono gli alti emettitori di ciascuna nazione, cioè gli emettitori che superano il livello fissato e di quanto lo superano, diventa facile calcolare di quanto ogni nazione, di cui questi individui sono cittadini, deve ridurre il totale delle sue emissioni. Ogni Paese quindi riceverà un target, un'allocazione nazionale che è la somma di tutte le riduzioni di quegli individui che superano il tetto fissato. Quindi un sistema più equo, più direttamente collegato alle emissioni reali procapite. Poi il singolo Paese sceglierà che tipo di politica implementare al suo interno per raggiungere quell'obiettivo.

Un'equità internazionale che rischia di pesare a livello di politica interna?
Questa nostra formula ha due interpretazioni: una più forte, integralista, diciamo, e una più sfumata. Se volessimo interpretarla in maniera estrema, bisognerebbe guardare esattamente il reddito dei propri cittadini e su questa base definire specifiche responsabilità. Non mi sembra francamente una strada percorribile a livello politico. Nell'interpretazione più soft, che è quella che noi sosteniamo, è un valido strumento per arrivare a definire meglio le responsabilità nazionali. A livello internazionale, ciascun Paese negozia le proprie posizioni e ciascun governo e parlamento deciderà quale tipo di politica implementare per raggiungere il target fissato negli accordi. Questo è l'elemento che oggi manca: un modo per ripartire le responsabilità a livello nazionale.

Come è stato accolta questa proposta dalla comunità scientifica e che tipo di riscontro pensa possa avere a livello politico? È ottimista in merito?
Da un punto di vista mediatico, devo dire, il nostro studio ha avuto una buona copertura, tranne in Italia. È uscito su CNN, The Economist, New York Times, Newsweek... è vero che ci sono oggi delle grosse difficoltà a trovare soluzioni condivise, e che è possibile che a Copenaghen si otterrà poco. Io spero che questo, pur essendo un contributo accademico, possa portare un po' di aria fresca nel dibattito e far vedere che esistono altre prospettive, altri approcci che consentono di arrivare a una soluzione.

Il cambiamento climatico è solo una delle variabili da considerare in questo rebus energetico, un'altra, non di minor conto, è la povertà...
Perché i paesi poveri possano uscire da questa condizione, è necessario che l'accesso all'energia avvenga al costo più basso possibile. L'energia viene usata infatti per rispondere a bisogni primari, fondamentali: cucinare, riscaldarsi, spostarsi... Questi costi rappresentano una grossa fetta del budget finanziario di una famiglia indigente, molto più di quanto non rappresentino per un cittadino di un Paese sviluppato. I consumi di energia per rispondere a questi bisogni di base possono essere quantificati in 1 tonnellata di CO2 all'anno. Permettere alle emissioni di quasi 3 miliardi di poveri di salire a questo livello di base non avrebbe conseguenze molto forti sugli altri Paesi. I due obiettivi di riduzione delle emissioni, basandosi su questo sistema che considera i "grandi emettitori", e la povertà energetica possono essere ottenuti congiuntamente.

Come risolve il vostro studio la contraddizione legata al fattore storico? I Paesi in via di sviluppo lamentano il fatto che noi occidentali per anni abbiamo allegramente emesso CO2 senza badare alle conseguenze, raggiungendo un tenore di vita cui loro ancora aspirano. Insomma, hanno da recuperare in qualche modo...
È un argomento che ha senso. Si tratta di una questione etica molto complicata. Possono essere considerati trasferimenti aggiuntivi per questi Paesi, così come trasferimenti finanziari per l'adattamento al cambiamento climatico. È anche vero che la responsabilità accumulata negli anni ci porta ad avere un livello globale storico di emissioni certamente più alto, ma se si guarda al 2030, considerando i tassi di crescita di alcuni Paesi, in primis la Cina, il gap verrà quasi del tutto colmato. Per altri Paesi non è così, ma queste sono nazioni per le quali non è previsto un impegno in termini di riduzioni delle emissioni. In sintesi, questo approccio permetterebbe di definire una linea guida imparziale che permetta la transizione verso un mondo a basse emissioni di carbonio; il processo di negoziazione andrà ben oltre Copenhaghen, e dovrà essere riaggiornato parallelamente all'emergere di nuovi attori globali il cui contributo ai cambiamenti climatici cambierà insieme alla loro crescita economica. Mi pare che un principio di riferimento in un mondo così dinamico possa essere un utile supporto ad affrontare questo problema globale.

PER APPROFONDIRE
Sharing Global CO2 Emission

 

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