Generazione distribuita. Utopia democratica?

Fonti, risparmio, efficienza per l’energia
06 Giugno 2012
Livio De Santoli, comunità dell'energia, Università Tor Vergata

La struttura di produzione e distribuzione dell’energia deve, secondo Livio de Santoli, adattarsi alla caratteristica fondamentale delle fonti rinnovabili, cioè quella di essere distribuite sul territorio. Solo in questo modo potremmo davvero sfruttare al meglio le nostre risorse. Un cambiamento di modello produttivo e sociale difficile da realizzare.

 

Che cos’è la generazione distribuita? Quali sono le caratteristiche di questo nuovo modello energetico?
La generazione distribuita dell’energia è un modello diverso per la produzione e la distribuzione dell’energia sul territorio, rivoluzionario per la sua struttura e la sua filosofia. Nel modello esistente, che ha caratterizzato la seconda rivoluzione industriale (quella del petrolio) ed è arrivato tutto sommato identico a se stesso fino ai giorni nostri, si fa riferimento a una produzione centralizzata, con centrali di grossa potenza, dell’ordine di 1.000/2.000 MW,  e a un sistema di distribuzione con una struttura ad albero. Procedendo in questo modo, l’energia arriva a raggiungere l’ultimo anello della catena, l’utente, il singolo individuo, il quale però, in un processo strutturato in questo modo, ha esclusivamente un ruolo di semplice consumatore: non è previsto che sappia da dove provenga l’energia che sta utilizzando né di che tipo di energia si tratti. Anche le informazioni sui costi sono opache e spesso inutilmente complesse.
Il modello della Generazione Distribuita ribalta questa struttura: la grande centrale viene sostituita da tante piccole centrali distribuite sul territorio; l’utente è chiamato anche a produrre l’energia oltre che a consumarla, assume quindi un ruolo attivo che presuppone conoscenza e consapevolezza. Di fatto, si passa da un modello centralizzato, oligarchico, dell’energia, a un modello distribuito e democratico; allo schema ad albero si sostituisce uno schema a rete, dove i nodi sono i produttori/consumatori di energia e le maglie le interconnessioni tra essi.

Oggi ci troviamo in una situazione ibrida. Le rinnovabili hanno avuto uno sviluppo impetuoso, rapido, nel nostro Paese e si sono innestate sul sistema distributivo esistente, rigido, generando una serie di problemi. Come fare per integrarle al meglio e consentirne il massimo sviluppo?
Bisogna trasformare l’infrastruttura esistente, dotandola di quei canoni necessari alle fonti rinnovabili, che per loro natura sono fonti distribuite sul territorio. Sono distribuite in maniera molto diversa e per questo ciascun territorio deve prevedere lo sviluppo di un suo specifico mix di fonti. Si tratta di una transizione molto difficile e molto delicata perché porta con sé una serie di cambiamenti sociali e di sovvertimento di poteri, di equilibrio e culturali. Non si può pensare di inquadrare l’uso delle fonti rinnovabili nel vecchio modello centralizzato. È però esattamente quello che sta accadendo: oggi sempre più spesso assistiamo alla realizzazione di impianti fotovoltaici, o impianti eolici di grandi dimensioni: l’intento è evidentemente quello di innestare la produzione da rinnovabili sul vecchio modello centralizzato, ma questo vuol dire non considerare la vera natura delle rinnovabili e forzare il sistema esistente cercando di abbinarlo, inutilmente, a quello nuovo.

Per il momento quindi lei non vede una reale, concreta, volontà di andare in questa direzione?
La volontà c’è, ma proviene dalla società civile. I cittadini però hanno bisogno di essere formati, responsabilizzati perché ci si deve muovere sempre più in una logica di conoscenza. La resistenza viene da chi nel settore energetico rappresenta lo status quo.
In realtà, il cambiamento del paradigma di distribuzione dell’energia è il cambiamento di un modello sociale e culturale. La struttura della Generazione Distribuita porta con sé la costituzione sul territorio di diverse comunità dell’energia che poi diventano comunità a tutto tondo: economiche, sociali, ecologiche, ambientali. Questo modello è anche un superamento della sostenibilità nell’accezione attuale; la green economy che conosciamo sviluppa, sì, tecnologie innovative ma le inserisce in una cornice vecchio stampo. Invece lo sviluppo di un modello nuovo, di un sistema nuovo, porta con sé un’ulteriore necessità di nuove professionalità, nuove tecnologie, nuove infrastrutture: nuova crescita.
Oggi l’energia può essere un terreno perfetto di sperimentazione di questi nuovi modelli: c’è un’esigenza forte (quella ambientale e climatica), ci sono le tecnologie (quelle dell’efficienza energetica e delle rinnovabili), c’è una voglia di cambiamento della società, bisogna creare la struttura di supporto.

Esistono altri esempi concreti?
Ancora troppo pochi e scuramente non corrispondenti al gran parlare che si fa delle smart cities e delle smart grid! Uno di questi è quello che abbiamo sviluppato all’interno della città universitaria della Sapienza a Roma, che oggi è dotata di una sua smart grid. Il piano d’Azione per Roma Capitale prevedeva l’applicazione di questi modelli, su scala territoriale e urbana come l’EUR o come le periferie est della città, ma di fatto, c’è tanta strada da fare.

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