Il gas ci manca?

Fonti, risparmio, efficienza per l’energia
20 Gennaio 2010

di Pippo Ranci

Sembra che la situazione dell'Europa si possa descrivere parodiando la vecchia poesia, ricordo di scuola per i meno giovani: "la crisi infuria, il gas ci manca, sul ponte sventola bandiera bianca". Ma non è il caso.
La disputa riguarda Russia e Ucraina. È Putin-Gazprom che fa sentire all'Europa il suo peso o è il governo ucraino che vuole continuare a pagare il gas meno della metà del prezzo europeo? Li si può capire entrambi.
Gazprom sarà anche una pedina di un impero autocratico in ricostruzione ma è anche una grande impresa che ha i vincoli di bilancio e le ambizioni di ogni impresa e non ha il compito di sovvenzionare il sistema economico di un paese. E la Russia ha posto, a ragione o a torto, lo sviluppo delle esportazioni energetiche alla base della sua resurrezione economica.
L'Ucraina ha visto il suo PIL calare del 14 per cento in un anno, ha contratto un prestito di 16 miliardi di dollari con il Fondo monetario internazionale, ha una moneta che ha perso metà del suo valore in tre mesi; una bolletta energetica raddoppiata le infliggerebbe un colpo durissimo. Con la crisi finanziaria ed economica mondiale i margini sono ora più stretti per tutti. Ma oltre all'economia conta la politica: la Russia non ha interesse a fare sconti a un regime poco amico e il confronto sul gas interagisce con un acuto conflitto politico interno all'Ucraina.
Ma vorrei concentrare l'attenzione sull'Unione Europea.

Il gas russo copre un terzo dei consumi di gas dell'Unione europea, ma la dipendenza varia dal 100% nei casi dei paesi più a Est fino a meno del 10% per i paesi più a Ovest. In Slovacchia, Bulgaria, Polonia, repubblica Ceca, Romania, Turchia, Croazia e Grecia la situazione si sta facendo critica. L'Italia, nonostante la dimensione dei suoi consumi e la sua spiccata dipendenza dal gas per la generazione di elettricità, ha margini di resistenza dati dalla diversificazione delle provenienze e dalla dimensione dei depositi di stoccaggio.
Se il gas naturale fosse scambiato sul mercato europeo come qualsiasi altra materia prima la situazione non sarebbe così diversa tra un paese e l'altro e la riduzione delle forniture sarebbe sopportabile per qualche mese: il tempo per far emergere una soluzione negoziata. Qui sta il punto debole dell'Europa, qui sta il colpevole ritardo della politica europea. Se il decantato Mercato Interno dell'energia fosse veramente un mercato unico, come è stato deciso quindici anni fa, e come oggi è sulla carta, il problema sarebbe limitato e gestibile.
Sembrerebbe ovvio che i paesi più dipendenti dalle forniture oggi a rischio venissero soccorsi dal resto d'Europa. Un mercato sviluppato e fluido (cioè basato su moltissimi contratti di diversa durata e facilmente rivedibili) farebbe affluire automaticamente le risorse ove sono più richieste, per effetto di differenziali di prezzo anche modesti, e senza bisogno di decisioni politiche. Nella situazione attuale invece sarebbero, o saranno, necessari interventi politici. Ma l'argomento non compare nel dibattito attuale, o almeno non è ancora comparso ad oggi. I tempi della politica potrebbero essere più lunghi di quel che serve. La crisi attuale si risolverà presumibilmente tra Russia e Ucraina, con poche possibilità per l'Unione europea di giocare un ruolo importante e costruttivo.
L'episodio, non del tutto nuovo e non imprevisto, potrà stimolare la ricerca di rimedi strutturali che prevengano altre crisi in futuro.

La Russia spinge per la costruzione di due gasdotti verso l'Europa che aggirano l'Ucraina: il North Stream nel Baltico e il South Stream nel Mar Nero. L'Europa concorda ma cerca anche di aumentare la sua capacità di importazione da fornitori diversi dalla Russia: i nuovi gasdotti dall'Algeria, il gasdotto Nabucco attraverso la Turchia per raggiungere il Kazakstan e in futuro l'Irak e l'Iran, i terminali per importare il gas liquefatto da qualsiasi parte del mondo.
Come al solito, non c'è concordia in Europa e la concorrenza tra Nabucco e South Stream non è solo tra amici e avversari della Russia, ma tra diversi interessi europei. La discordanza delle strategie è normale tra imprese concorrenti in un mercato libero mentre è deleteria tra paesi membri di un'unione politica.
Il problema del gas in Europa sta anche in questo: che non è chiaro se stiamo costruendo un mercato libero o una strategia industriale unitaria. Quando un fornitore dominante appare opprimere i consumatori rivendichiamo un mercato concorrenziale, quando si profila un pericolo esterno invochiamo la stato imprenditore. Ma le oscillazioni emotive non fanno una politica. Eppure la scelta politica di fondo è stata compiuta con le direttive già adottate: un mercato unico con quel tanto di strategia politica comune che è necessaria per realizzarlo e per assicurare sicurezza degli approvvigionamenti attraverso e non contro il mercato stesso. Quindi costruzione di infrastrutture per diversificare le fonti e consentire la circolazione dell'energia, libero accesso alle reti, divieto di strutture contrattuali troppo rigide, riduzione delle posizioni dominanti.
Si tratta di attuare quelle scelte con maggiore determinazione.Un aspetto non è stato abbastanza sviluppato ed esplicitato: i meccanismi di soccorso reciproco tra paesi membri in caso di emergenza. I meccanismi di emergenza sono tutti politici, quindi lenti e fragili soprattutto se dovesse mancare un consenso tra stati membri sul da farsi. Sono misure coercitive, che si sovrappongono al normale funzionamento dei mercati nazionali, mentre in un'Europa che sta costruendo il mercato unico si potrebbe far leva sulle capacità di aggiustamento automatico che i mercati sanno esprimere. È anche nell'interesse italiano cogliere l'occasione per colmare questo vuoto. Oggi sono le forniture dalla Russia a venir meno, domani potrebbero essere quelle dall'Algeria. Incrociare le dita non è una politica.

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