Le ricchezze del sottosuolo

Fonti, risparmio, efficienza per l’energia
10 Gennaio 2013

Intervista a Fedora Quattrocchi, INGV
di Agnese Bertello, redazione ES

 

Come avviene l’individuazione di nuovi giacimenti? Quali tecnologie vengono utilizzate e quanto sono sicure?

Per individuare nuovi giacimenti d’idrocarburi nel sottosuolo si ricorre a prospezioni di superficie e di profondità, sia di tipo geologico-geofisico sia di tipo geochimico. L’elemento più importante da determinare è la posizione delle faglie, come appaiono in superficie, ma soprattutto in profondità; molte ricerche si concentrano su questo aspetto perché si sta  consolidando scientificamente l’ipotesi che i fluidi si accumulino nel tempo lungo le faglie stesse (alcuni programmi europei si occupano esplicitamente del legame tra fratture, faglie e produzione di idrocarburi).

 

Si tratta di un’attività di ricerca molto impegnativa, anche finanziariamente immagino…

Le prospezioni di profondità sono le più costose. Oggi di norma si procede con modellizzazioni tridimensionali del serbatoio, e dell’intero blocco crostale intorno al serbatoio, proprio per capire la posizione delle faglie. Le compagnie petrolifere fanno prospezioni di profondità con tecnologie di sismica ad alta risoluzione, sismica in 3D, che sono costosissime: si parla di milioni di euro contro qualche centinaio di migliaia di euro per le prospezioni di superficie. È un investimento che non viene incentivato in nessun modo; il settore in sé, pur essendo ad alto contenuto di ricerca, ad alto contenuto tecnologico, non viene incentivato.

 

Su cosa è opportuno focalizzare l’attenzione quando si fa un’indagine sul risk assestement?

È importante, sia per i siti di stoccaggio, sia per i siti di idrocarburi in cui si fa la re-iniezione di acqua, fare delle visualizzazioni  tridimensionali che includono il reservoir e il blocco delle faglie intorno, per studiarne la sismicità indotta e le possibilità di fuga di fluidi fino alla superficie.

Per quelle attività in cui è previsto che si vada a re-iniettare acque petrolifere, bisogna verificare se si trovano vicino a faglie “critically stressed”, cioè vicino al punto di rottura. Su questo, è importante che le informazioni scientifiche siano accurate, costanti. Personalmente, sono dell’avviso che questo genere di risultati dovrebbero essere pubblicati su riviste scientifiche internazionali referenziati.

 

Questa attività di ricerca comporta dei rischi?

Fare degli studi geofisici e geochimici di prospezione sia in superficie che in profondità di fatto non comporta dei rischi significativi - gli studi possono continuare anche durante una sequenza sismica - decidere se l'operatività debba continuare durante una sequenza sismica è più complesso: in questo caso sarebbe opportuno individuare delle soglie chiare di operatività (es_ distanza tra faglie "critically stressed" e sito di iniezione di fluido). Fermare gli studi su un eventuale sito di stoccaggio geogas o di re-iniezione di acque petrolifere - tecnica peraltro ben collaudata in tutto il mondo - durante una sequenza sismica può avere solo una valenza politica, ma in questi argomenti la politica meno entra e meglio è.

 

Se non ho inteso male il suo pensiero, lei sostiene la necessità di una maggiore collaborazione tra enti di ricerca nazionali e aziende del settore. Ritiene che questo potrebbe favorire l’accettabilità sociale dell’uso del sottosuolo a fine energetici?

Credo che gli operatori dovrebbero fare un ulteriore sforzo per dare maggiore pubblicità a questi dati. Pubblicare sulle riviste internazionali questi dati sul sottosuolo, sia durante sequenze sismiche che in fase quiescente consentirebbe alla popolazione di essere più consapevole e di avere più fiducia verso l'uso del sottosuolo a fini energetici. Portare avanti questi studi da parte degli operatori, insieme a enti di ricerca nazionali, con i quali poi mettere a punto pubblicazioni su riviste internazionali accreditate presso tutta la comunità scientifica, non farebbe altro che validare i risultati in modo inequivocabile e non solamente con report interni confidenziali, pur validi e ben strutturati. Ovviamente si capisce che il valore industriale di un oggetto come "il sottosuolo" debba essere confidenziale, ma si propone uno sforzo nella direzione suddetta. Sviluppare una maggiore collaborazione tra gli operatori e gli enti di ricerca nazionali mi sembra fondamentale per andare avanti nella "public acceptance": soprattutto se i dottorandi e studenti scelti provengono dalle regioni del sito studiato. Il modello sviluppato nella Val d’Agri, dove è nato un Osservatorio della Regione Basilicata, finanziato grazie alle royalties dell’Eni, prevede la presenza di enti pubblici specializzati che svolgono ricerca ad uso di tutti. Tutto questo vale soprattutto nei siti on shore, vale a dire entroterra, ma rendiamoci conto che da noi il termine offshore significa comunque vicino alle coste e implica comunque un’accettazione da parte delle popolazioni costiere.

 

Per quanto riguarda la terra ferma, esiste una mappatura dettagliata che fotografa la presenza di giacimenti.  Possiamo dire lo stesso per i nostri mari?

Sì, assolutamente. Il gruppo ISMAR del CNR ha fatto molto lavoro sull’Adriatico ed anche INGV ha posizionato segmenti sismogenetici che stiamo approfondendo soprattutto sulla costa di Pesaro. I dati ci sono e la qualità scientifica e il livello di dettaglio e di profondità dell’analisi è la stessa che negli altri paesi del Nord Europa. Il guaio, come dicevo prima, è che spesso queste ricerche restano chiuse nei cassetti e non vengono pubblicate. Questo è una conseguenza della crisi che sta attraversando il settore della ricerca in Italia; crisi finanziaria, ma non solo. A occuparci di questi temi siamo rimasti in pochi, il lavoro da fare è moltissimo. È tutta la filiera che è stata abbandonata, il mercato ce l’hanno tutto i francesi, gli inglesi, gli olandesi. Stiamo perdendo i pezzi anche in quest’ambito come è successo per il nucleare. Credo poi che sarebbe necessario intervenire anche sul quadro legislativo.

 

In che modo?

Oggi esistono diverse leggi che regolamentano lo sfruttamento del sottosuolo: una riguarda lo stoccaggio di CO2, una la geotermia, un’altra lo stoccaggio del metano, un’altra ancora la produzione di idrocarburi… Quattro leggi diverse hanno per oggetto l’uso del sottosuolo: è una cosa che fa impazzire qualunque operatore. Sarebbe certamente molto più funzionale se l’operatore una volta fatto il pozzo e individuata una struttura potesse decidere come utilizzarla nel tempo: per ipotesi, prima metano, poi metano e stoccaggio di CO2, poi sito geotermico…. Oggi sappiamo che un pozzo ha diverse fasi di vita e dunque può essere sfruttato in maniera diversa nel tempo. La nostra impostazione però è rimasta quella degli anni Sessanta, quando per ogni sito veniva definita un’unica destinazione d’uso. A mio parere occorre muoversi in una prospettiva nuova. Sarebbe certamente meglio avere una legge di esplorazione in cui la destinazione d’uso e i vari step, nell’arco dei 50 anni a venire, sono prospettati  in base a quello che viene individuato nel sottosuolo. La sicurezza, per ogni specifico sito, deve essere garantita a monte. Questa è una prospettiva nuova: l’uso del sottosuolo deve essere discusso in modo sinergico a livello di pianificazione territoriale delle Regioni.

 

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