Scorie contese

Fonti, risparmio, efficienza per l’energia
17 Febbraio 2011

di Lorenzo Pinna, autore di SuperQuark

La gara fra le due cittadine svedesi Oskarshamn e Östhammar è durata quasi sette anni. Una gara senza esclusione di colpi che si è conclusa solo pochi mesi fa. Una gara per aggiudicarsi un impianto, che almeno in Italia, ci guarderemmo bene dal definire desiderabile.

Si tratta del deposito definitivo delle scorie nucleari dei 10 reattori nucleari svedesi. Naturalmente per noi, reduci dello psicodramma del nucleare italiano, una competizione per avere nel proprio territorio il deposito definitivo è incomprensibile. Siamo andati a indagare.

Sia Oskarshamn, circa 300 chilometri a sud della capitale Stoccolma, sia Östhammar 100 chilometri a Nord ospitano già 2 delle tre grandi centrali che producono poco più del 40% dell’energia elettrica svedese. Sono centrali enormi, ognuna con tre reattori da circa 1000 MW (megawatt). Quindi gli abitanti delle due cittadine sanno benissimo cosa sia l’energia nucleare perché ci convivono da più di 30 anni. Conoscono molto bene anche l’SKB, l’ente svedese che si occupa appunto di rifiuti radioattivi delle centrali, sia di quelli ad alta che a media e bassa attività. L’SKB è finanziato da una piccola imposta sul kWh (chilowattora) nucleare e gli azionisti sono le società private e pubbliche che gestiscono le centrali nucleari. Da oltre 20 anni l’SKB studia la migliore tecnologia per seppellire in modo sicuro i rifiuti radioattivi più pericolosi, quelli altamente radioattivi che come è noto costituiscono solo una piccola parte, circa il 5% dei rifiuti di una centrale nucleare.

Ovviamente in Svezia la politica non si sognerebbe mai di interferire nelle nomine di direttori generali e consiglieri di amministrazione. Niente raccomandazioni, niente portaborse da riciclare. SKB è completamente indipendente e il personale è selezionato soltanto in base alle capacità scientifiche, tecniche e professionali. Un bel passo per meritarsi la fiducia dei cittadini. Vicino ad Oskarshamn, su un’isoletta nel mar Baltico, sono condotti gli studi sul deposito definitivo. Si chiama “Hard Rock Aspo Laboratory”. Laboratorio del Granito di Aspo.

Come ci spiegano i geologi, una volta evitate le zone sismiche e vulcaniche, le formazioni che possono rimanere stabili, impermeabili all’acqua per centinaia di migliaia di anni e quindi sigillare i rifiuti radioattivi sono in pratica tre: gli strati di salgemma, di argilla e di granito. Nel sottosuolo svedese non ci sono strati abbastanza spessi di sale o di argilla (come invece si trovano in Italia) . Si è quindi scelto il granito. Un laboratorio a 400 metri di profondità può darci un’idea di come apparirà il deposito definitivo per il quale hanno gareggiato le due cittadine. Lunghi tunnel, dalla sezione perfettamente circolare e ampie cavità dove sono in corso gli esperimenti per vedere come i contenitori metallici dei rifiuti reagiscono al calore, alla pressione e come eventuali perdite potrebbero diffondersi nella roccia. Uno studio in corso da 15 anni ed i cui risultati sono pubblici e chiunque può consultarli sul sito internet dell’SKB. Secondo passo importante per meritarsi la fiducia: massima trasparenza e comunicazione al pubblico, senza nascondere ostacoli o difficoltà. Un rapporto quindi creato negli anni e fondato su un lavoro di ricerca e sperimentazione di assoluta eccellenza. Qual è la soluzione svedese per conservare i pericolosi rifiuti radioattivi ad alta attività per periodi di tempo così lunghi da essere difficilmente immaginabili. Quale contenitore può resistere per 100mila anni? Secondo i ricercatori svedesi, questa è la soluzione più promettente: incapsulare le scorie in un contenitore di rame, circondare il contenitore, un cilindro alto quasi 5 metri, nel calcestruzzo in grado di assorbire qualsiasi infiltrazione d’acqua e di sigillare eventuali corrosioni del rame e chiudere il tutto nella sede scavata nella roccia. Quindi tre protezioni: rame del contenitore, calcestruzzo e roccia.

Intanto nel settembre dello scorso anno l’SKB ha dichiarato il vincitore della singolare gara per aggiudicarsi il deposito definitivo. Contro le previsioni della vigilia, la scelta è caduta su Östhammar. Come ha detto il presidente dell’SKB nella conferenza stampa: “ La roccia ha parlato”. Cioè le caratteristiche del granito del sito di Östhammar sono le migliori, perché ci sono meno infiltrazioni d’acqua.

Fra l’altro non è stato nemmeno l’incentivo finanziario la motivazione di questa competizione. Perché prima di saperne l’esito i due sindaci si sono messi d’accordo per dividere l’incentivo in questo modo: il 75% sarebbe andato a chi avrebbe perso la gara. Per un italiano la soluzione migliore sarebbe stata sicuramente perdere la gara, evitare il deposito e prendere il 75% dell’incentivo.

Invece no: i due sindaci svedesi Peter Wretlund ( Oskarshamm) e Jakob Spangenberg (Osthammer) si sono battuti fino alla fine per avere il deposito definitivo.
A questo punto possiamo chiederci: “Siamo matti noi o sono matti loro?”. Ma andiamo avanti.

Il deposito definitivo, sarà quindi un labirinto di gallerie sotterranee scavate nel granito dove, a 500 metri di profondità, verranno sepolti i contenitori dei rifiuti radioattivi. Si prevede che ci vorranno 7 anni e 750 persone per costruirlo e che le prime scorie potranno esservi ospitate intorno al 2025. Una volta a regime vi lavoreranno 220 tecnici.

Si potrebbe sospettare a questo punto che quella degli svedesi con il nucleare sia una storia d’amore. Non è vero nemmeno questo. Sette anni prima degli italiani, nel 1980, dopo l’incidente alla centrale di Three Mile Island, negli Stati Uniti, gli svedesi hanno detto no al nucleare, in un referendum consultivo (non abrogativo come quello italiano) che però conteneva una clausola previdente e intelligente. I reattori sarebbero stati spenti se si fosse trovata una soluzione migliore per produrre quasi il 50% dell’elettricità e se questo spegnimento non avesse provocato danni all’economia o all’ambiente. Oggi la Svezia ha riconsiderato la sua posizione e ha deciso di mantenere il nucleare, sostituendo i 10 vecchi reattori, ma senza costruirne di nuovi. Una posizione che fra pochi mesi verrà, probabilmente, sottoposta a un nuovo referendum consultivo. Da noi senza quella clausola di salvaguardia, la chiusura del nucleare ha significato un danno netto di svariati miliardi di euro a cui possiamo aggiungere altri miliardi di euro per le multe previste dal protocollo di Kyoto dovute allo sforamento dei livelli concordati di anidride carbonica. Anidride carbonica emessa dalle centrali a combustibili fossili, ma che quelle nucleari non avrebbero prodotto.

L’interrogativo posto in precedenza resta valido. “Siamo matti noi o sono matti loro?”

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