GreenItaly. Un'Italia in movimento

Green Economy

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di Ferruccio Dardanello e Ermete Realacci (dall'introduzione al Rapporto GreenItaly)

Sarà la politica economica dell’Adda passà ‘a nuttata, per dirla con De Filippo, a tirarci fuori dalla crisi? Dopo anni difficili, dopo otto trimestri di recessione, si intravedono i primi timidi segnali di ripresa: per coglierla basterà restare fermi ad aspettare? Saranno sufficienti le misure per tenere i conti sotto controllo o la limatura al cu neo fiscale? Oppure serve una manovra non solo economica, ma di posizionamento strategico: scegliere un futuro per l’Italia, indicare al Paese qual è la sua missione, il suo posto nel mondo? L’Italia saprà voltare pagina se sarà in grado di affrontare i suoi mali antichi che vanno ben oltre il debito pubblico e che proprio la crisi ha reso ancora più opprimenti. Se saprà rilanciare il mercato interno, stremato dalla recessione e dall’austerità, e fare tesoro della crisi per cogliere le sfide, e le opportunità, della nuova economia mondiale. L’Italia deve scommettere sull’innovazione, la ricerca, le nuove tecnologie per rinnovare il suo saper fare, la vocazione imprenditoriale e artigiana, la creatività e la bellezza di cui è ricca. L’Italia, insomma, deve fare l’Italia. E in questo cammino  - non scontato ma alla nostra portata – ha a disposizione uno strumento prezioso: la green economy. Il Paese in questo campo è già in movimento. Oggi nell’intera economia italiana, gli occupati “verdi” sono più di 3 milioni. Dall’inizio della crisi, nonostante la necessità di stringere i cordoni della borsa, più di un’impresa su cinque ha scommesso sulla green economy. Percepita come una risposta alla crisi stessa, non ha deluso le aspettative: chi investe green è più  forte all’estero, perché green economy significa innovazione: il 30,4% delle imprese del manifatturiero che investono in eco-efficienza ha effettuato innovazioni di prodotto o di servizi. E significa redditività: il 21,1% delle imprese eco-investitrici ha visto crescere il proprio fatturato nel 2012.

Ma la green economy è anche la risposta migliore a una nuova e crescente domanda globale di valori e di equità.

L’economia della condivisione sottrae spazio a quella della proprietà. Nella dimensione globale, il locale non solo non arretra, ma si rafforza. La green economy è la ricetta per un avvenire più giusto e desiderabile: dalla generazione diffusa (fino all’autoproduzione)di energia pulita, alle aree industriali inquinate che vengono riconvertite grazie alla chimica verde, dalla salute sui luoghi di lavoro all’inclusione dei giovani. Dalla qualità della vita nelle città alle abitazioni. È un modello economico che premia chi investe su conoscenze, nuove tecnologie, capitale umano, innovazione rispetto a chi compete sul costo del lavoro e sui diritti. Un paradigma produttivo che sembra cucito su misura per un paese come il nostro, a corto di tutte le materie tranne che di creatività, intelligenza e  bellezza. Una filigrana che percorre trasversalmente tutta l’economia nazionale e che vista in controluce restituisce il ritratto fedele del nuovo made in Italy.

Abbiamo di fronte un ritratto che sconfessa certi luoghi comuni sull’Italia, certe letture miopi che ci dipingono come un paese smarrito, a corto di fiato e di competitività, all’inseguimento delle economie emergenti. Green Italy invece racconta un’Italia meno scontata, più con gli occhi dell’esploratore, che del geografo, perché una delle cause della diffusione della tesi, infondata, del declino italiano, sta nella difficoltà degli indicatori economici tradizionali a cogliere i mutamenti in atto nel nostro Paese.

Se guardiamo il saldo commerciale, ci accorgiamo che nel 2012 siamo stati tra i soli cinque paesi al mondo ad avere un saldo con l’estero superiore ai 100 miliardi di dollari. L’Italia non è una delle vittime della globalizzazione, anzi: ha profondamente modificato la sua specializzazione internazionale, modernizzandola e sincronizzandola con le nuove richieste dei mercati.

La green economy è l’infrastruttura immateriale che dà forza al nuovo made in Italy, che dà nuova energia alle tradizioni produttive antiche, valore al capitale umano e ai territori, che per vocazione sposa bellezza, efficienza, ricerca e produzioni sartoriali.

Se vogliamo che questa nuova economia diventi pervasiva contagiando tutto il sistema, dobbiamo sostenerla, quantomeno liberarla dagli ostacoli che incontra lungo il cammino. Con una politica industriale che faccia perno sulla valorizzazione dei nostri pilastri e indichi proprio nella sostenibilità la via da seguire. Con una politica fiscale che stia dalla parte della green economy: che sposti la tassazione dal lavoro verso il consumo di risorse, la produzione di rifiuti, l’inquinamento. Che incentivi la ricerca, l’ICT e l’innovazione, la formazione, l’inclusione sociale e il contributo dei giovani e delle donne. Che sostenga il credito e gli investimenti per competere nell’economia reale a scapito di quelli per fare speculazione sui mercati finanziari. Il Rapporto Green Italy è una rassegna parziale ma significativa del mondo dei nostri campioni nazionali. A questo tracciante verde dell’Italia migliore deve guardare con più curiosità e attenzione anche la politica quando ragiona di sviluppo e rilancio. Da queste storie, da questi successi e da queste energie dobbiamo ripartire, per recuperare coraggio e fiducia.  

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