Il mercato (distorto) delle rinnovabili in Italia.

Green Economy
18 Luglio 2012

di Carlo Stagnaro

 

Le fonti rinnovabili sono compatibili col mercato e la concorrenza? La risposta è meno scontata di quanto possa apparire a prima vista. Se, infatti, l'essenza della liberalizzazione elettrica sta proprio nell'opportunità, per le imprese, di scegliere le tecnologie di generazione che preferiscono allo scopo di costruire un portafoglio di centrali il più competitivo possibile, quando le energie "verdi" entrano in gioco (specie fonti intermittenti e non del tutto prevedibili, quali sole e vento) le cose cambiano. Cambiano, soprattutto, perché a tali fonti si applicano regole del tutto diverse rispetto alle altre, e ciò, nel momento in cui la capacità produttiva rinnovabile raggiunge un livello significativo, ha delle conseguenze sulla stessa struttura del mercato. Se poi tutto ciò avviene in una congiuntura caratterizzata da domanda stagnante, la frittata è fatta.

Le fonti intermittenti hanno tre peculiarità.
Primo: non hanno alcun rischio volume. Infatti, ogni singolo kWh verde deve essere ritirato dalla rete e dispacciato con priorità sulla produzione convenzionale. Ciò significa che non importa quanta energia rinnovabile venga prodotta, in quale momento e con quali andamenti della domanda: essa verrà comunque consumata.
Secondo: le rinnovabili non corrono neppure un rischio-prezzo. La somma a cui viene valorizzato il kWh - specie per il fotovoltaico, mentre per l'eolico la questione è più complessa - è indipendente dalle dinamiche del mercato e deriva unicamente da scelte politiche (per esempio la tariffa del conto energia). Poiché tale tariffa, almeno fino a oggi, è stata individuata in modo assai generoso, la somma tra domanda virtualmente infinita e prezzi assai superiori ai costi ha prodotto una conseguenza logica: offerta (economicamente) infinita. Si spiega così il boom del fotovoltaico che, nel 2011, è passato da 3,47 a 12,75 GW installati, con la spesa per incentivi esplosa da 800 milioni a 3,9 miliardi di euro annui, e continua a crescere (sebbene più lentamente).
Terzo: una serie di costi indiretti dovuti alla presenza di fonti intermittenti, come i costi dovuti agli sbilanciamenti causati dall’imprevedibilità dei loro profili produttivi e i costi di allacciamento alla rete (obbligatorio anch'esso), vengono socializzati. Per esempio, nel comunicare gli aumenti della bolletta per il secondo trimestre 2012 (+9,8%) l'Autorità per l'energia ha spiegato che gran parte del rincaro è dovuto o ai sussidi verdi (4%) o ai costi di sbilanciamento (2,3%). Nel trimestre successivo, se non fosse stato per le rinnovabili, la bolletta sarebbe scesa anziché crescere di un pur modesto 0,2%. In altre parole, non esiste limite economico all'aumento di queste fonti.

Il problema è che, con l'attuale capacità installata, i costi sia diretti sia indiretti sono arrivati a livelli proibitivi. Non solo: le rinnovabili hanno finito per comprimere lo spazio di mercato contendibile, cioè quella porzione di domanda per conquistare la quale i produttori combattono sul prezzo. Tra il 2009 e il 2011, essa ha perso il 15%, crollando da 292 a 248 TWh. Tutto ciò mentre la capacità produttiva convenzionale - finanziata, a proprio rischio e senza garanzie di prezzo o volume, dalle imprese elettriche - cresceva da 39,9 GW nel 2000 a 53,7 GW nel 2010.
Per dirla altrimenti, tutti questi investimenti hanno creato nel nostro paese il parco di generazione termoelettrico più nuovo, più efficiente, più pulito, più competitivo e meno utilizzato d'Europa. Da qui, anche le richieste di molti produttori convenzionali di distorcere ulteriormente il funzionamento del mercato con l'introduzione di schemi di "capacity payment" per remunerare, con la scusa di farne una riserva per la sicurezza del sistema, la capacità produttiva (anche quando non chiamata in produzione) piuttosto che l'energia generata.

A questo punto è davvero complesso uscirne. I guasti sono stati fatti e nella migliore delle ipotesi si può evitare di ripeterli ma non c'è modo di rimettere il dentifricio nel tubetto, o almeno non tutto. Per essere chiari: il modello di competizione e mercato che miracolosamente si era venuto a creare è oggi gravemente malato, e non è detto sia in grado di riprendersi. Certo, si può cercare di tamponare le distorsioni più visibili: non con distorsioni uguali e contrarie (il capacity payment, appunto) ma con una corretta imputazione delle esternalità. Lo sforzo del regolatore di chiamare i produttori rinnovabili a coprire i costi degli sbilanciamenti è in questo senso aria fresca. Specie se avrà l'effetto di spingere questi soggetti a giocare la partita del mercato, valorizzando autonomamente in borsa l'energia da loro prodotta e cercando di dotarsi di strumenti migliori per prevedere i profili produttivi e ridurre, così, gli sbilanciamenti.

Tutto questo è necessario e urgente. Se sia anche sufficiente, è impossibile dirlo.
 

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