La green economy alla prova di costi e benefici

Green Economy
11 Novembre 2011

Se la più grave crisi mondiale dal secondo dopoguerra si è tradotta in una forte contrazione per molti settori, nelle tecnologie pulite si è registrato solo un rallentamento di una crescita che negli ultimi anni è stata impetuosa e sostanzialmente senza pari tra i diversi settori economici. Anzi, sulla green economy hanno puntato molti Paesi, tra i quali Stati Uniti e Francia, proprio in funzione anti-ciclica. Anche se, dopo l’Unione europea, emerge ormai la Cina tra i Paesi investitori, con 51,1 miliardi di dollari destinati nel 2010 alle rinnovabili. Tanto per guardare al fenomeno da una diversa angolatura, solo nel 2010 è stata installata nel settore elettrico capacità rinnovabile pari a quella dell’intero trentennio che va dal 1970 al 2000.

 

Numeri di enorme rilievo, che però rischiano di sfigurare rispetto agli scenari futuri. Il World Energy Outlook del 2010, prodotto dall’Agenzia internazionale dell’energia e considerato la fonte più autorevole di previsioni nel settore, mostra che, se si vorranno rispettare gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2, oltre il 60% degli investimenti che saranno effettuati nella generazione elettrica dal 2010 al 2035 dovrà essere effettuato negli impianti a fonte rinnovabile. Si tratta di una cifra intorno ai 7 mila miliardi di dollari di investimenti totali dedicati alle rinnovabili, quasi quanto il PIL annuale di Italia, Francia e Regno Unito messo insieme.

 

Considerando che l’economia verde comprende anche le rinnovabili termiche (raffreddamento e riscaldamento), l’efficienza energetica e la mobilità sostenibile, settori che dovranno contribuire tutti in misura decisamente superiore ad oggi al raggiungimento degli obiettivi ambientali, il futuro non potrebbe essere più roseo.

 

Tuttavia, l’iperbole dei numeri non solo non ci deve far dimenticare considerazione di efficacia ed efficienza ma ce le deve imporre con maggiore forza che in passato. Tanto più che buona parte di quei 243 miliardi di dollari investiti nelle tecnologie verdi nel 2010 e una parte consistente di quei 7 mila miliardi che potrebbero essere spesi nei prossimi decenni provengono dalle bollette dei consumatori e dalle tasse dei cittadini. Un fatto del tutto normale, visto che stiamo parlando di tecnologie ancora non mature e che consentono di abbattere le diseconomie ambientali di quelle tradizionali. Occorre però ricordare che, dato un certo obiettivo complessivo di abbattimento delle emissioni, non tutti gli strumenti hanno la stessa efficacia a parità di costo.

 

Da qui si deve necessariamente partire per un’analisi seria di tipo economico delle cosiddette tecnologie pulite, base indispensabile per corrette scelte di policy nel settore. La prima domanda da porsi dunque è quale paniere di tecnologie verdi corrisponda alla scelta ottimale o comunque più vicina all’ottimo dal punto di vista del benessere sociale (l’unico che conti visto che stiamo parlando di esternalità senza le quali la green economy non avrebbe ragione di svilupparsi, salvo rare eccezioni, alle attuali condizioni di mercato). Qui entrano in gioco due fattori: da un lato il minor costo a parità di risultato (in questo caso misurabile come capacità di abbattimento delle emissioni), dall’altro la possibilità di creare attraverso il sostegno pubblico di una singola tecnologia una filiera industriale che consenta a un determinato Paese di ripagare in parte o addirittura totalmente gli investimenti effettuati attraverso le minori importazioni e soprattutto le esportazioni verso altri Paesi.

 

Se prendiamo in esame il primo aspetto, gli studi sembrano concordi nell’attribuire in media all’efficienza energetica il primato in termini di costo-efficacia, seguita dalle rinnovabili termiche e, in ultima posizione, da quelle elettriche. Anche se il costo dell’elettricità prodotta da fonte rinnovabile varia molto a seconda della tecnologia usata. Ad esempio, l’eolico è molto più conveniente, agli attuali costi di mercato, del fotovoltaico. La stessa fonte può essere più o meno conveniente a diverse latitudini (la producibilità di 1 MW fotovoltaico è superiore in Italia rispetto alla Germania in media di un 40% in più) e in differenti condizioni (ad esempio, la producibilità di un impianto eolico dipende dalle caratteristiche del vento di una determinata area).

 

Le curve dei costi nel tempo sono molto diverse a seconda delle economie di scala e della maturità delle tecnologie. In questo senso, appare paradossale che molti fautori del fotovoltaico sottolineino giustamente che il loro settore ha trend di riduzione più elevati di tutte le altre rinnovabili elettriche (almeno di quelle già a uno stadio commerciale), salvo invocare un aumento della quantità incentivata o delle tariffe incentivanti ora e subito. Sotto il profilo dell’analisi costo-efficacia converrebbe nei settori meno maturi, con riduzioni attese dei costi più elevate, ritardare il ritmo degli investimenti (naturalmente senza abbatterli del tutto, anche perché altrimenti non ci sarebbero economie di scala né spinte verso miglioramenti tecnologici). Tutto il contrario di quello che è avvenuto in Italia, dove l’obiettivo prospettato non dieci anni fa ma nel luglio del 2010 relativo alla capacità istallata di fotovoltaico al 2020 (che avrebbe dovuto essere secondo l’attuale Governo pari a 8.000 MW) sarà con ogni probabilità raggiunto e superato già nel 2011. Costringendo il Governo a rivedere al ribasso gli incentivi , decretando la morte del terzo conto energia neanche due mesi dopo la sua entrata in vigore, ma anche ad alzare il tetto a 23.000 MW al 2016, cioè quasi tre volte la capacità che si sarebbe dovuti raggiungere quattro anni dopo. Tutto ciò ha portato a un’esplosione improvvisa dei costi sopportati dai consumatori, che dovranno sobbarcarsi in bolletta già dal 2011 circa 3 miliardi di euro e a regime dal 2016 in poi intorno a 6,5-7 miliardi di euro all’anno (dando per scontato che impianti costruiti successivamente non prendano incentivi, un’ipotesi che potrebbe non reggere alla prova dei fatti).

 

Accanto a questi costi, non sembra che i benefici siano così elevati né da un punto di vista ambientale né da uno industriale. Negli anni si è sviluppata certamente una filiera italiana del fotovoltaico, con qualche traccia anche significativa di carattere industriale, ma gran parte degli incentivi continuano ad andare in Cina o in subordine ad altri Paesi, rappresentando un trasferimento netto di ricchezza all’estero. Una crescita disordinata, realizzata peraltro in ritardo rispetto ad altri Paesi (in particolare Germania e Spagna), non poteva produrre risultati significativi in termini di ricadute industriali e anche occupazionali. Secondo l’ultimo Solar Report del Politecnico di Milano, certamente una fonte non sfavorevole agli operatori del fotovoltaico, gli occupati diretti del settore in Italia sono 18.500. Dividendo i 3 miliardi di incentivi per il numero degli occupati, otteniamo una cifra anche questa decisamente iperbolica di circa 162.000 mila euro.

 

In sostanza la collettività paga l’occupato medio del settore come un manager di alto livello di una grande impresa privata. Anche se si considerasse l’indotto, pari secondo lo studio del Politecnico a circa 50.000 occupati (anche se qui le cifre potrebbero essere approssimate per eccesso, perché molti occupati non lavorano unicamente sul fotovoltaico), si arriverebbe comunque a cifre ragguardevoli e decisamente superiori alla remunerazione di mercato di un lavoratore tipo del settore. D’altronde la Cina, che è oggi di gran lunga il maggior produttore manifatturiero mondiale nel settore fotovoltaico, quando ha deciso di aumentare la quota di di elettricità generata carbon free, ha preferito puntare sull’ eolico (oltre al grande idroelettrico e sul nucleare), relegando il solare a un ruolo finora del tutto marginale, in attesa di tempi migliori.

 

Per concludere, il supporto pubblico alla green economy, necessario per sostenere tecnologie che consentono di abbattere le emissioni inquinanti e talvolta utile a promuovere un nuovo settore economico di avvenire certo, in un periodo turbolento come questo, deve saper programmare e fare le scelte giuste tra le fonti e le modalità di incentivazione più appropriate. L’Italia ha dimostrato finora purtroppo di saperlo fare poco e male (con rare eccezioni, come i certificati bianchi, riconosciuti dalla proposta di direttiva presentata a giugno dalla Commissione europea come uno degli strumenti più efficaci per promuovere l’efficienza energetica). Il Rapporto OCSE sull’Italia del Maggio 2011 prevede che al 2020 il rapporto tra benefici e costi nelle rinnovabili in Italia sarà pari a 0,6. In altre parole, i costi rappresenteranno quasi il doppio dei benefici (rappresentati dalle minori esternalità). Tuttavia, quei numeri potrebbe essere anche peggiori, qualora venissero privilegiate fonti più costose e un sistema di incentivi non ottimale. Così come nel confronto tra benefici e costi peseranno anche gli ostacoli burocratici. Secondo l’ANEV, l’associazione dei produttori eolici, qualora si semplificassero i procedimenti autorizzativi, diminuendo gli oneri per le imprese, l’incentivo attuale potrebbe essere ridotto di poco meno di un terzo, a parità di condizioni. Meglio, secondo l’OCSE, sarebbe spostare il baricentro degli investimenti verso le rinnovabili termiche e soprattutto l’efficienza energetica.

 

Spetta all’Italia scegliere l’iperbole numerica da privilegiare: quella dei costi pagati da famiglie e imprese oppure quella dei benefici ambientali e industriali. Cerchiamo però di imparare dagli errori del passato e da quanto stanno facendo gli altri Paesi. Magari per provare una volta tanto a fare meglio.

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