La green economy farà la fine della new economy?

Green Economy
14 Aprile 2011

di Alessandro Marangoni, Strategic Consultants

La green economy è veramente la risposta sia per il futuro dell’ambiente e dell'energia sia per quello dell’economia?

Puntare sulla green economy è uno dei temi ricorrenti nelle politiche economiche di molti Paesi per uscire dalla recessione. Prodotti verdi, tecnologie pulite, nuove fonti energetiche ricorrono nelle strategie delle imprese e nei piani di stimolo pubblici, negli Usa come in Cina e in Europa, proponendosi come motore di crescita. Anzi, di più, la spinta per un cambiamento epocale nei paradigmi industriali e di consumo.

La visione a tratti quasi messianica e le previsioni di tassi di crescita straordinari portano a chiedersi se le attese non siano eccessive e se non si rischino gli errori a suo tempo commessi con la cosiddetta new economy.

Bisogna innanzitutto chiedersi cosa sia effettivamente la green economy, termine ormai abusato. Sotto questa etichetta rientrano una molteplicità di settori: energie alternative, gestione e riciclo dei rifiuti, innovazioni per ridurre l'impatto delle produzioni e dei consumi, nuove tecnologie, biocarburanti e biomateriali, etc. Si va dai settori più tradizionali, esi-stenti già da decenni, come quello del waste management, a quelli più recenti e innovativi, come alcune aree delle ener-gie rinnovabili e delle biotecnologie.

Sebbene in alcuni casi vi siano delle analogie, noi crediamo che la situazione sia diversa e che un parallelismo con la bolla Internet sia fuorviante. Per vari ordini di motivi:

1. Innanzitutto sotto il profilo della solidità industriale e di business;
2. Secondo, dal punto di vista finanziario e dei modelli valutativi;
3. Infine, in termini di rapporto con i settori tradizionali e con l'evoluzione tecnologica.

1. Il business
Le caratteristiche industriali e la solidità delle attività green sono diverse da quelle dell'era Internet, fondata in larga par-te su intangibles e su strabilianti aspettative di crescita. Alcuni settori hanno tassi di sviluppo elevati (sia attuali che at-tesi), ma le attività si basano in larga misura su impianti, tecnologie, prodotti e ricavi già esistenti. I modelli di business, seppur relativi a settori innovativi, sono sostanzialmente tradizionali e i flussi di cassa piuttosto prevedibili. Come in tutti i settori, vi sono aziende più strutturate e più solide e altre più improvvisate e fragili. L'attrattività del green busi-ness ha portato con sé comportamenti opportunistici e speculazioni, ma ciò non significa che l’intero comparto sia in-consistente.

Uno degli esempi più evidenti è il settore delle energie rinnovabili, considerato uno dei più promettenti del business verde. Nel 2009 in Europa gli investimenti in rinnovabili nel settore elettrico hanno superato quelli nelle fonti tradizio-nali, arrivando a oltre il 60% della nuova capacità installata. Nel mondo si stima che i green jobs delle rinnovabili siano nel 2010 quasi 2 milioni, destinati a salire a 2,5 nel 2020 (fonte: Working for the climate).

L’Irex Annual Report 2010 condotto da Althesys evidenzia come l’Italia sia uno dei Paesi europei con la maggior cre-scita e le 389 operazioni (investimenti in nuovi impianti e attività di finanza straordinaria) rilevate nel biennio 2008-2009 ne sono una dimostrazione evidente. Gli investimenti in impianti sono stimati nel 2008-2009 in circa 6,5 miliardi di euro, pari a 4.127 MW.

Certo è necessario chiedersi fino a che punto questi investimenti non siano semplicemente una spostamento da un seg-mento all’altro del mercato. In teoria lo scopo delle politiche a sostegno delle rinnovabili è proprio questo. Tuttavia, l’analisi costi-benefici da noi condotta su scenari alternativi di sviluppo al 2020 mostra un beneficio netto per l’Italia compreso tra 23,7 e 27 miliardi di euro.

2. La finanza

Anche sotto il profilo finanziario la green economy pare più solida, Sebbene non sia immune da visioni ottimistiche, il comparto mostra business plan più realistici, fatturati più stabili, cash flow prevedibili (grazie anche ai robusti incentivi di cui godono alcuni segmenti). Le valutazioni, seppur generose rispetto ai business tradizionali, paiono lontane dagli eccessi della new economy e non si basano su improbabili nuovi modelli valutativi.

Questo si riflette anche nell’apprezzamento di questi settori da parte dei mercati finanziari. L’indice Irex, che traccia l’andamento delle società pure renewable quotate in Italia, mostra, ad esempio, performance superiori al mercato e, no-nostante la limitata capitalizzazione, maggior stabilità rispetto al segmento oil&gas.

3. Un cambiamento diffuso

Infine, i settori verdi non sono qualcosa di completamente nuovo e avulso rispetto a quelli tradizionali. S’inseriscono in un orientamento verso la sostenibilità ambientale che tocca tutte le industrie. E' parte di una tendenza già in atto da tem-po, sia per spinte legislative, sia per l'innovazione tecnologica, sia per una crescente responsabilità sociale dell’impresa.

Questa stimola investimenti pubblici e privati, porta benefici, sia economici che ambientali, generando occupazione e indotto, con ricadute sul Pil. In Italia gli occupati nei settori verdi sono circa 375.000 (fonte elaborazioni Althesys su dati Eurispes 2009).

In conclusione, la green economy è parte dell'evoluzione del sistema economico e tecnologico e può essere creatrice di ricchezza e lavoro. Certo da sola non risolleverà il mondo da una delle più gravi crisi dal dopoguerra; ma un aiuto im-portante lo può dare.

La risposta non può che venire da una visione d’insieme, che richiede attente politiche per lo sviluppo di questa indu-stria, senza però interventi pubblici di stampo keynesiano. Sviluppare il business verde senza lasciare al verde i contri-buenti.

 

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