Biofuel, la frontiera del transgenico

Innovazione e Ricerca
10 Marzo 2010

Intervista Felice Cervone, Università di Roma 1
di Agnese Bertello


Che cosa si intende esattamente per biofuel e come arriviamo a produrlo?
Con il termine biofuel intendiamo diversi combustibili biologici fra cui due che si possono ottenere dalle biomasse vegetali: il bioetanolo e il biodiesel. Il bioetanolo è un combustibile che deriva dalla conversione dello zucchero in etanolo attraverso la fermentazione. Il biodiesel invece si ottiene dagli oli delle piante, come l'olio di colza. Sono entrambi processi molto antichi, noti fin dall'epoca dei romani, che usavano l'olio di oliva come combustibile. Il bioetanolo, che è il mio specifico campo di ricerca, si ottiene principalmente dalla canna da zucchero, almeno in Paesi, come il Brasile, in cui il clima è favorevole a questo tipo di coltivazione. Può essere ottenuto anche da piante con un alto contenuto di amido - mais, patate e anche grano -, in questo caso l'amido viene idrolizzato a zuccheri semplici e poi trasformato in etanolo con la fermentazione. Queste sono piante che crescono bene anche là dove il clima è più rigido, diffuse in tutta Europa. Il bioetanolo è competitivo già oggi in Paesi, come il Brasile e gli Stati Uniti, dove si è sviluppato un mercato importante, basti pensare che nel Paese di Lula il 50% delle automobili va a bioetanolo. Il problema in Europa restano le infrastrutture, che non sono adeguate.

Eppure proprio l'esperienza del Brasile, che con Lula ha dato un forte impulso all'uso del bioetanolo per sgravarsi da dipendenze energetiche dal petrolio, segnala i limiti intrinseci gravi del bioetanolo di prima generazione...
Come sappiamo, nei Paesi in via di sviluppo mais e canna da zucchero fanno parte della dieta base della popolazione; la coltivazione di queste piante per scopi energetici ha fatto innalzare i prezzi di questi alimenti fino al 30 - 40%. Se consideriamo che per quelle popolazioni, l'80% degli introiti di una famiglia viene speso nell'acquisto del cibo, si capisce immediatamente quale sia il peso di questo aumento nel bilancio famigliare e sulla vita quotidiana delle persone. Non c'è dubbio che sia un problema serio, e infatti la scienza oggi sta cercando alternative proprio per far fronte a questo aspetto.

Così come per il nucleare, anche per i biocarburanti si parla di seconda e di terza generazione. Quali sono le caratteristiche specifiche di queste nuove generazioni?
Proprio per rispondere al dilemma cui accennavamo prima, l'idea è quella di riuscire a ottenere il bioetanolo, grazie a tecnologie specifiche, anche dagli zuccheri complessi che ritroviamo non nel frutto - la parte preziosa della pianta che usiamo per nutrirci - ma nella parte residuale (il gambo, le foglie), quella che viene generalmente buttata via e che costituisce il 70 - 80% della biomassa. L'aumento in efficienza, redditività, anche per rapporto al suolo coltivato, è netto. Si tratta di selezionare le piante: quanto più una pianta è alta, tanto più ha biomassa, tanto più è utile per la produzione di bioetanolo. Si tratta di piante lignocellulosiche. Selezionarle o crearne di nuove con interventi di biologia sintetica, cioè creando delle piante transgeniche esclusivamente per la produzione di combustibile biologico per le automobili: la ricerca più avanzata oggi punta a questo. Da noi scontiamo ancora un pregiudizio ingiustificato verso questo settore della ricerca: la pianta transgenica è ancora un mostro. Negli altri Paesi non esistono tabù di questo tipo e infatti la ricerca procede spedita, con grande dispiego di fondi e finanziamenti. A questo fattore, già di per sé importante, si aggiunge il fatto che se lasciamo questa biomassa a marcire a terra, il processo di fermentazione, quello attraverso cui noi potremmo produrre bioetanolo, avviene comunque sul suolo, liberando CO2 nell'aria. Se quindi noi utilizzassimo queste biomasse a scopo di produzione di bioetanolo avremmo anche un abbassamento della produzione di CO2, contribuendo ad azzerare il bilancio delle emissioni.

In quale Paese la ricerca è più avanzata?
Gli Stati Uniti sono decisamente più avanti degli altri. Tra i Paesi europei, certamente l'Inghilterra è all'avanguardia. E a finanziare la ricerca scientifica sono spesso società "insospettabili": per esempio, alcuni miei colleghi di Berkeley stanno lavorando ad una ricerca in questo settore grazie a finanziamenti che arrivano, guardi un po', dalla British Petrolium, e parliamo di 500 milioni di $. Credo che potremo avere una tecnologia competitiva tra 5, 10 anni al massimo. Ad ogni modo questo è il futuro; per conto mio, che si vada ancora a petrolio è una barbarie.

Quale potrebbe essere il contributo del bioetanolo rispetto al fabbisogno energetico?
Si stima che possa arrivare a coprire il 10 - 15% della domanda di elettricità o anche di più. Ma se nella produzione di energia elettrica le alternative sono diverse, per i trasporti, la situazione è diversa. Investire in questo settore è fondamentale per liberarsi dalla dipendenza dal petrolio.

Mi pare che il nostro Paese sia molto indietro, sia dal punto di vista della ricerca, che dal punto di vista della produzione. Che potenzialità ha o potrebbe avere nel nostro Paese?
Come ho detto scontiamo un pregiudizio culturale che ci penalizza. È vero che sul nostro territorio non abbiamo grosse superfici su cui poter fare una coltura intensiva di piante di questo tipo per la produzione di bioetanolo, ma potremmo usare i terreni marginali che non vengono utilizzati per l'agricoltura tradizionale, dando così un valore aggiunto a queste aree, valorizzando delle proprietà e garantendo altre possibili fonti di sviluppo per un settore agricolo profondamente in crisi. Consideri che davvero possono essere usate a questo scopo piante che necessitano pochissima acqua, pochissima concimazione. Piante con molta biomassa, che hanno bisogno soprattutto di sole: penso per esempio al comunissimo fico d'India. Io la vedo come un'opportunità anche per i Paesi del Nord Africa. I territori aridi che contraddistinguono queste aree potrebbero ospitare colture di questo tipo: sarebbe certamente una fonte di sviluppo e di crescita per quelle popolazioni e di conseguenza potremmo pensare di dare una diversa opportunità a chi è costretto ad emigrare. Sono cose che si possono fare e che non richiedono grandi sconvolgimenti, né grandi investimenti, ci vuole un trasferimento di tecnologia e di conoscenze.

Condividi: