Brevettare o non brevettare? Cosa serve alla ricerca pubblica in Italia.

Innovazione e Ricerca
21 Settembre 2010

di Fedora Quattrocchi,
INGV - Università Tor vergata

L'occasione per discutere ancora una volta di ricerca e innovazione nel nostro Paese viene da un incontro, promosso da Fast nella sua sede di Milano, per la presentazione di un progetto innovativo che finalmente risponde, almeno in parte, a una delle esigenze più forti nell'ambito della ricerca: fare informazione.

Patiris, questo è il nome del progetto e del portale dedicato ai brevetti delle Università e dei Centri di ricerca pubblici italiani, infatti rende disponibile, in maniera semplice, chiara, veloce, a chiunque senza obbligo di registrazione - che si tratti di altri ricercatori, di aziende, di giornalisti, di policy makers - tutte le notizie esistente sui brevetti rilasciati, e richiesti, nel nostro Paese o all'estero.

Di ciascun brevetto - la cui pagina è presentata come un blog, con possibilità di commentare, di creare correlazioni, di proporre suggerimenti, modifiche o anche di contattare direttamente i titolari del brevetto - su Patiris si trovano i documenti ufficiali, disegni e quant'altro necessiti per comprendere nello specifico l'oggetto del brevetto, le sue potenzialità, le sue estensioni.

Una novità importante che indica un cambiamento di atteggiamento e di approccio certamente meritorio; se da una parte è naturale che su ricerche scientifiche importanti resti una certa segretezza, è altrettanto fondamentale che, nel momento in cui le scoperte e le invenzioni sono protette dal brevetto che ne attribuisce paternità e diritti, queste possano essere oggetto di comunicazione, di confronto, di scambio, proprio per implementare ulteriormente il processo di sviluppo in settori in continua evoluzione. Far circolare le idee non può che essere di giovamento per la comunità scientifica e non solo per quella.

"Patiris è di fatto un aggregatore di informazioni", dice Maurizio Sobrero, tra i responsabili del progetto, che fa capo all'Università di Bologna. "Abbiamo di fatto raccolto, organizzato, identificato, classificato e strutturato secondo regole standard e univoche una mole non indifferente di dati: di fatto tutte le informazioni oggi esistenti sull'attività di brevettazione delle Università e dei centri di ricerca italiani al 1965 ad 2006 sono raccolte nel nostro database. Non si tratta quindi di informazioni nuove, ma di informazioni finalmente accessibili, finalmente raggruppate in un unico contenitore, un unico database gestito secondo i più attuali e flessibili sistemi".

A margine della presentazione si è cercato di discutere se e quanto la possibilità di brevettare e il brevetto di per sé possano, in particolare nel settore della ricerca pubblica, essere da incentivo per aumentare e migliorare il volume totale, più che la qualità, della ricerca che si fa nel nostro Paese.
Da un lato continua ancora a gravare un pregiudizio nei confronti del "business", dell'impresa dentro le Università, che perderebbe in qualche modo il suo primato di indipendenza culturale, di "purezza" accademica, che nel nostro modo di vedere, profondamente intriso di umanesimo anche quando riguarda domini della scienza, è sganciato dal concetto di produttività. Molti fattori di realtà, tra cui soprattutto l'Autonomia delle Università, fanno sì che oggi le Università si siano in qualche modo "arrese" alla necessità di stringere più stretti contatti con il mondo industriale, anche attraverso l'attività di ricerca e la brevettazione. Se nel 1965, come ha ricordato il professor Ugo, dell'Agenzia per l'Innovazione Tecnologia, il Politecnico di Milano era più avanti di università quali Cambridge e Oxford nei rapporti con l'impresa, oggi certamente non è più così e qualche valutazione in merito bisognerà farla.

"Le università italiane hanno bisogno di figure specifiche che si occupino di marketing della ricerca, di marketing dei brevetti", ha sostenuto il professor Ugo. "Persone che, come il Preside del MIT, conoscono benissimo il lavoro che si fa all'interno del loro polo universitario, conoscono le esigenze e le tendenze delle società a livello nazionale e internazionale, e sanno andare a proporre il lavoro conseguito dai ricercatori ai possibili mercati interessati. In questo non c'è nulla di svilente."
D'altro canto, è vero che solo nel 1996 le Università italiane, per legge, hanno acquisito le caratteristiche necessarie a poter essere titolari di brevetti e che la legislazione in materia, negli anni successivi, ha continuato ad essere contraddittoria, poco chiara, quando non involontariamente contro allo sviluppo di processi di brevettazione.
"Se non è il numero dei brevetti che fa la qualità della ricerca", ha dichiarato Maurizio Sobrero, "è anche vero che è aumentano il volume complessivo, la mole di brevetti che si riesce a trovare il "big winner: negli USA le 5 maggiori università detengono il 60% dei brevetti. In Italia, quelle università che si sono dotate di una regolamentazione interna sul brevetto sono cresciute decisamente meglio di altre da questo punto di vista, anche perché per le imprese diventa più chiaro instaurare un rapporto con loro, iniziare una collaborazione."

Bisogna comunque fare i conti con la realtà del panorama universitario italiano, molto frammentato, con pochi centri di ricerca scientifica davvero all'avanguardia e capaci di "sfornare" brevetti, che non possono essere il solo elemento per valutare la prestazione di un centro di ricerca universitario.

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