CCS. Tecnologia salva-clima?

Innovazione e Ricerca
09 Novembre 2011

Fino a oggi, nella battaglia contro il cambiamento climatico, Governi e Istituzioni internazionali hanno potuto ricorrere soltanto a strumenti velleitari. Per ridurre le emissioni di anidride carbonica le vie maestre erano due: individuare complesse strategie finanziarie, per lo più considerate inique oltre che di dubbia efficacia, e stimolare cambiamenti nello stile di vita, invitando a contenere i consumi e a lavorare sull’efficienza energetica.

 

La conseguenza evidente è che se ci si è avvicinati all’obiettivo, più che a queste strategie possiamo dire grazie alla crisi economica.

 

Su questo scenario poco roseo, per la velocità con cui la situazione del pianeta Terra si aggrava e la lentezza con cui invece le società umane reagiscono a questi mutamenti, si è affacciato nell’ultimo periodo un potenziale alleato forte, tecnologico e concreto: è la cosiddetta CCS.

 

La CCS, sigla misteriosa ai più, che sta per Carbon Capture and Sequestration (Cattura e Stoccaggio della CO2), è in realtà una tecnologia su cui l’Occidente e tutti i paesi “Grandi Emettitori” puntano molto, poiché consentirebbe di agire direttamente sul problema, cioè le emissioni, riducendole drasticamente. Questo almeno sulla carta.

 

Secondo i dati disponibili,  la CCS può arrivare a rimuovere fino al 90% della CO2 e si prevede che possa contribuire per il 20% alla riduzione delle emissioni in Europa entro il 2030. A livello globale, l’obiettivo, che resta del 20%, è fissato al 2050. Secondo la IEA, gli obiettivi fissati dall’Unione Europea (20-20-20) non sono raggiungibili senza il contributo della CCS.

 

Il processo è semplice da raccontare e prevede tre fasi sostanziali: la cattura, il trasporto e il sequestro dell’anidride carbonica. La cattura può avvenire agendo su qualunque tipo di fonte - sia centrali, sia siti industriali - prima, dopo o durante la combustione, a seconda del tipo di tecnologia che si sceglie di adottare e che sembra più adeguata al processo specifico. Una volta catturato, il biossido di carbonio viene liquefatto e trasportato, prevalentemente attraverso delle pipeline, nelle località di stoccaggio dove viene iniettato nelle profondità della terra, da 700 m a 5 km sotto la crosta terrestre. I siti di stoccaggio ideali sono i giacimenti di gas naturale esausti, o gli acquiferi profondi al largo delle coste. Se abbiamo visto che la fonte da cui la CO2 viene catturata possono essere diverse, è però vero che l’applicazione principale è nella produzione di energia da fonti fossili ; è la CCS il “segreto” che sta dietro il concetto di carbone pulito.

 

Questa tecnologia, potrebbe per tanto rivelarsi fondamentale nei Paesi in via di sviluppo, dove il carbone continuerà ad essere nei prossimi decenni la fonte principale di approvvigionamento per la produzione di energia elettrica necessario alla loro tumultuosa crescita.

 

A che punto siamo?
Il convegno organizzato da WEC, Quotidiano Energia, GIE e AIDIC il 18 ottobre scorso a Roma, ha fatto il punto sullo stato di avanzamento del programma, le problematiche tecnologiche e finanziarie e le opportunità per il sistema energetico e industriale. 

Attraverso la direttiva entrata in vigore nel giugno 2009, l’Unione Europea ha definito le tappe e le modalità per lo sviluppo della tecnologia nei Paesi del Vecchio Continente. La UE considera la CCS a tutti gli effetti una tecnologia clean (se non propriamente green) in ragione del suo valore nella lotta contro il cambiamento climatico e nel raggiungimento degli obiettivi di Kyoto e come tale è sostenuta attraverso diversi programmi in maniera indiretta e diretta. 
Il programma Energy Programme for Recovery (EEPR) assegna 1 miliardo di euro per progetti dimostrativi in Polonia, Germania, Olanda, Spagna, Gran Bretagna e Italia (si tratta del progetto di Porto Tolle, dell’Enel). I finanziamenti ai progetti CCS arrivano però anche attraverso il più sostanzioso NER 300, riservato in maniera più generica allo sviluppo delle rinnovabili. 
Nelle aspettative della Comunità Europea, i progetti dimostrativi dovrebbero essere funzionanti entro il 2015. La tabella di marcia ha un ritmo serrato: secondo la IEA, entro il 2050 nel mondo dovrebbero essere attivi 300/400 progetti su scala commerciale.

 

Oggi sono 11 i Paesi che hanno ratificato la direttiva e che hanno inserito quindi la CCS nel quadro legislativo nazionale.

 

L’Italia lo ha fatto a metà settembre (D. Leg. 162/2011), e oggi sono in fase di elaborazione i decreti applicativi che dovranno definire gli aspetti più delicati: la creazione di un'Autorità che coordini e controlli l'attività, i criteri per l'individuazione dei siti di stoccaggio, le modalità di concessione dei permessi esplorativi, l'attività di monitoraggio e di ispezione, le procedure di chiusura dei siti, la comunicazione e la partecipazione dei cittadini... Insomma, il lavoro grosso è ancora da fare.

 

Il nostro Paese è stato preceduto da Francia, Spagna, Belgio e Gran Bretagna, ma sono molti i Paesi in cui l’iter autorizzativo non si è ancora compiuto, a cominciare dalla Germania dove l’avvio di alcuni progetti sperimentali nell’autunno 2010 ha suscitato reazioni molto forti da parte della popolazione. La scelta da parte del Governo di rinunciare al nucleare, potrà forse in qualche modo far riconsiderare ai cittadini stessi la possibilità rappresentata dalla CCS, considerando che il carbone continua ad essere la principale fonte di approvvigionamento energetico in Germania.

 

La CCS non è una tecnologia "nuova" - è già in uso in siti off shore come Sleipner, in Norvegia, In Salah in Algeria e Weyburn - Midale in Canada e oggi sono una settantina nel mondo i progetti integrati su grande scala - ma ricerche e studi sono in corso soprattutto per individuare tecnologie e processi che siano in grado di ridurre i costi della CCS consentendono quella applicazione commerciale su larga scala che può davvero dare risultati significativi e concreti per salvaguardare il pianeta. 
A pesare è soprattutto l'impatto diretto della CCS sulla produzione di energia della centrale cui viene applicata: anche la CCS per funzionare ha bisogno di energia e dunque la sottrae direttamente alla centrale, che ha una perdita di rendimento sensibile.

 

Gli scienziati sono per lo più unanimi nel considerarla una tecnologia sicura dal punto di vista ambientale, così come sono sicure le pipeline come strumento di trasporto del gas e delal CO2. Fermo restando, l'assoluta necessità di un'analisi attentissima delle potenzialità di stoccaggio, delle caratteristiche dei siti e l'imprescindibilità di un monitoraggio costante.

 

Costi e accettabilità sociale sono dunque i problemi ancora da risolvere.

 

Se intorno al primo punto si sta muovendo la diplomazia internazionale, per individuare accordi e strategie che rendano possibile l’avvio della fase sperimentale e poi di quella industriale e commerciale, intorno al secondo punto, cioè l’accettabilità da parte dei cittadini, la UE è scesa in campo direttamente impegnandosi in campagne, avviando studi, sondaggi e ricerche, richiamando con costanza le grandi multinazionali dell’energia a elaborare campagne di informazione, processi di coinvolgimento e confronti con i cittadini. Trasparenza totale e dialogo sono le parole d’ordine. I risultati però non sono confortanti, almeno non in Europa. Le analisi dei progetti che sono state fatte da questo specifico punto di vista non consentono di individuare una strategia unica in grado di creare il consenso: ogni progetto rappresenta un caso a sé e come tale va trattato.

 

Per questo, la prima cosa da fare anche nel nostro Paese è una raccolta delle buone pratiche che esistono, per individuare l'atteggiamento, prima ancora che la strategia o il messaggio che fa sì che il confronto con la popolazione sia possibile. Che la storia del nucleare italiano, almeno da questo punto di vista, ci insegni qualcosa.

 

Per informazioni

Zero Emission Platform
Near CO2
I materiali del Convegno WEC

 

Condividi: