Industria 2015

Innovazione e Ricerca
04 Gennaio 2010

Intervista a Pierluigi Bersani, senatore DS di Agnese Bertello

Quali sono le ragioni di fondo che l'avevano spinta a promuovere il progetto Industria 2015 e quali erano le attese?
Industria 2015 è il frutto di un'approfondita analisi sulla nostra realtà produttiva e sulle cause alla base del suo camminare a rilento nel contesto europeo e internazionale a partire dalla metà degli anni ‘90. Un'analisi da cui è emerso chiaramente che l'Italia ha affrontato la fase nuova dell'economia mondiale (caratterizzata da globalizzazione, rivoluzione tecnologica e unificazione monetaria) appesantita da una struttura poco permeabile all'innovazione e da condizioni di contesto non sempre troppo favorevoli (infrastrutture, costi energetici, eccesso di regolamentazione).

Le linee di politica industriale, contenute nel programma Industria 2015, puntano fortemente a rafforzare il sistema delle imprese, in particolare delle piccole e medie imprese. E il sostegno pubblico è rivolto, in particolar modo, a valorizzare la "capacità di fare sistema" e ad incentivare e promuovere l'aggregazione tra imprese che vogliono sviluppare progetti ad alto contenuto tecnologico, attraverso un mix di industria e servizi, verso una produzione di qualità. L'identificazione di alcune aree di grande impatto sullo sviluppo produttivo e di forte ricaduta sul Sistema Paese, ha dato luogo alla formulazione del piano sui progetti d'innovazione industriale (PII) con l'obiettivo di sviluppare il sistema produttivo attraverso la creazione di nuovi prodotti e servizi ad alto valore aggiunto.

I risultati dei bandi sono stati pubblicati a gennario. Qual è la sua valutazione a posteriori? Industria 2015 può dare avvio a un nuovo sviluppo al settore industriale italiano di ampio respiro e lunga durata?
Credo ancora fermamente che il programma Industria 2015 sia un modello di politica industriale a sostegno delle attività produttive altamente innovativo, in cui le imprese che hanno voglia di crescere e di competere sui mercati internazionali possano riconoscersi e su cui possano fare affidamento. Il problema è come si intende portare avanti tale programma e se, oltre i tanti annunci, si intenda veramente puntare su questo tipo di sviluppo. È necessario continuare a tenere alto il livello tecnologico e progettuale per poter veramente pensare di proiettare il nostro sistema al di là della fase attuale, peraltro estremamente complicata, ed essere pronti dopo la crisi a competere in nuovi contesti economici e nuovi mercati.

Un elemento positivo è che il 54% delle imprese cui andranno i finanziamenti sono di piccole o medie dimensioni. Pensa che questi finanziamenti possano servire a rinnovare il modo di fare industria di queste imprese che sono la caratteristica specifica del modello italiano, nel bene e nel male?
Come ho detto più volte in passato, Industria 2015 voleva e, da parte mia, doveva rappresentare prima di tutto un momento di sostanziale cambiamento anche dal punto di vista culturale nel modo di fare impresa. Per questo abbiamo inserito in tale programma la figura del project manager quale anello di congiunzione tra il mondo delle imprese e quello delle istituzioni con lo scopo di facilitare il confronto tra due mondi in apparenza completamente estranei. Uno dei principali risultati conseguiti da queste attività è stato quello di far riflettere in modo congiunto le imprese su obiettivi trasversali, in modo da stimolare la formazione di una nuova cultura d'impresa. In tal modo viene abbandonato l'atteggiamento individualista che caratterizza il nostro universo imprenditoriale che, in molti casi, non riesce ad identificarsi nella società di cui è espressione con la conseguente difficoltà a vedere riconosciuto il proprio ruolo propulsivo per lo sviluppo. Ma c'è dell'altro. I project manager hanno anche messo a disposizione, o meglio hanno trasferito, nella Pubblica Amministrazione le proprie competenze e conoscenze del sistema produttivo al fine di adeguare le politiche industriali alle reali esigenze del mondo imprenditoriale. È questo modo di operare che, se adeguatamente sostenuto, può portare ad un vero rinnovamento del modo di fare industria più degli stessi finanziamenti stanziati, anche se importanti. 

Alcune critiche riguardano invece la gestione della procedura: opaca, senza una graduatoria finale argomentata, con un soggetto selezionatore che non ha le caratteristiche di terziarietà che erano previste all'inizio...
Mi riallaccio alla domanda che mi era stata posta in precedenza. Se c'è la voglia di portare avanti il programma allora gli strumenti sono già pronti e devono solo essere messi in funzione. In particolare, avevamo previsto l'affidamento all'Agenzia per l'innovazione di Milano il sistema di valutazione dei progetti di innovazione industriale per dare una veste di terzietà al sistema di selezione delle proposte, con l'obiettivo di creare un nuovo modo di fare innovazione ed allo stesso tempo di accompagnare le imprese nelle attività di progettazione. Il Governo Berlusconi ha preferito impostare il sistema di valutazione su schemi già conosciuti, ovvero tramite l'istituzione di commissioni di esperti che, a mio parere, ha snaturato in modo sostanziale l'intero programma. Ripeto, l'obiettivo non è solo dare soldi alle imprese, ma è anche e soprattutto il modo in cui si gestiscono le procedure con cui si danno le agevolazioni.Crede che gli obiettivi di fondo siano stati centrati? Se analizziamo i dati da un punto di vista prettamente industriale ritengo che i risultati raggiunti con i primi bandi siano da ritenersi incoraggianti. Il programma ha raggiunto uno dei principali obiettivi che si poneva, ovvero raccogliere intorno a pochi grandi progetti di innovazione un elevato numero di grandi medie e piccole imprese che lavoreranno in stretta collaborazione con il mondo della ricerca. Questo consente da una parte di non snaturare l'essenza stessa del nostro tessuto produttivo fatto di PMI e al contempo consente ai piccoli competitor di creare la massa critica attraverso alleanze a geometria variabile che donano loro la dimensione temporanea di competitor globali. Se si analizza, invece, l'organicità dell'intero programma che prevedeva una forte concertazione delle politiche di sviluppo tra le varie Amministrazioni centrali e tra queste e gli Enti locali ritengo, con forte rammarico, che nel corso di questi mesi l'impostazione data dal Governo Berlusconi abbia, a poco a poco, sfilacciato i legami che con estrema fatica, ma anche con tanta convinzione, avevamo instaurato durante il nostro Governo. Uno dei punti di forza del programma Industria 2015 è stato proprio la seria collaborazione, nel pieno rispetto del principio di sussidiarietà, tra il Governo Centrale e le Regioni che ha consentito di portare avanti le nostre scelte. Scelte che da principio erano viste quasi come un prepotente atto dirigistico, in realtà si sono manifestate per quello che rappresentavano veramente, ovvero un progetto di politica industriale pienamente condiviso e altamente innovativo.

I risultati sono stati resi noti a fine gennaio. Il Governo ha scelto di non dare visibilità alla notizia, sui giornali se ne è parlato molto poco. Mi sembra strano, visto che gli investimenti ammontano a 200 milioni di euro che è di fatto quanto viene investito oggi nel nostro Paese per la ricerca in ambito energetico, compresa quella di base. Perché così poca enfasi, secondo lei?
Credo che il problema di fondo sia culturale. La notizia che fondi pubblici siano stati destinati alla ricerca e all'innovazione, in particolare a PMI; che sia stata cercata l'aggregazione tra imprese e tra imprese e centri di ricerca; che siano stati sostenuti progetti di innovazione industriale legati a tematiche d'attualità non è di interesse per il pubblico. Nel nostro Paese non vi è la percezione dell'importanza strategica di progetti come Industria 2015 che sostengono la base dello sviluppo economico industriale di un Paese: la ricerca e la conseguente innovazione. La stampa non dà risalto a determinate notizie, perché al pubblico interessa poco conoscere l'andamento dell'industria ed è ancor più vero che per i giornalisti è difficile trasmettere il senso di "innovazione" - questa volta culturale - che quei 200 milioni di euro significano. Non mi meraviglierei se venisse, invece, pubblicizzato il malumore di coloro che, per le tematiche dei bandi, sono rimasti esclusi dai finanziamenti e che avrebbero visto occulte lobby dietro la scelta dei temi dei bandi.

Condividi: