L'efficienza che rende

Innovazione e Ricerca
27 Gennaio 2010

Intervista a Pasquale Pistorio
di Agnese Bertello

La sfida delle nostre società è coniugare lo sviluppo industriale con la sostenibilità ambientale. Lei è stato un precursore, nel nostro Paese, di questo modo di pensare: in ST questo approccio ha portato a risultati concreti ed economicamente misurabili. Puoi raccontarci quell'esperienza?
Lanciai una campagna di sostenibilità ambientale nel 1993: registrammo un video, che venne diffuso in tutte le sedi internazionali, in cui sostenevo la necessità di avviare un forte progetto ambientale, per fare in modo che la nostra società fosse, dal punto di vista dell'impatto ambientale, neutra. Ne sostenevo la necessità per una questione di responsabilità etica, innanzitutto, poi perché era uno strumento per motivare, attrarre e legare all'azienda i giovani, di cui ogni impresa che punti sull'innovazione ha bisogno, e infine perché ci si guadagna: una società che nel realizzare i suoi prodotti consuma meno energia e meno materie prime non può che essere più competitiva. Mi pareva una cosa molto logica.

Sulla base di questi tre principi lanciammo un programma di sostenibilità che si tradusse nel 1995 in un decalogo ambientale, aggiornato poi negli anni successivi e tutt'ora in vigore. In questo decalogo erano fissati anche chiari obiettivi quantitativi, ed in questo senso, a quanto ne so io, siamo stati i primi al mondo. In 10 punti, veniva chiarita la politica ambientale della società. Il raggiungimento degli obiettivi ambientali era parte del processo gestionale della società. Le faccio un esempio concreto. Quando questo processo iniziò, per produrre una fetta di silicio normalizzata, consumavamo 688 kWh. Nel decalogo fissavamo un obiettivo di riduzione del consumo di energia per unità di prodotto pari al 5% annuo. Ebbene, quando sono andato in pensione, per produrre quella stessa fetta di silicio normalizzata consumavamo 350kWh. Se considera che in ST producevamo milioni di questi pezzi, l'entità del risparmio è evidente. È chiaro che sono necessari degli investimenti iniziali, ma nel caso dell'efficienza energetica il payback di un investimento è molto basso: nei 12 anni di esperienza in ST il abbiamo valutato che il tempo per ripagare l'investimento con il risparmio che se ne ha è mediamente di 2 anni e mezzo. Una cosa formidabile: in 12 anni l'azienda ha risparmiato cumulativamente 900 milioni di $ e ha avuto conseguenti forti utili.

Rispetto a questo tema fondamentale, c'è un ritardo nella cultura imprenditoriale del nostro Paese quasi inspiegabile; un ritardo che non si può giustificare solo con le dimensioni delle nostre imprese. Quale strategia occorre seguire a suo avviso per far penetrare più diffusamente questa cultura nel tessuto industriale italiano?Bisogna mettere insieme tre soggetti - istituzioni, imprese, cittadini - e tre strumenti - incentivi, normative, educazione. Se si mettono insieme questi elementi, e si lavora a livello di scala, può funzionare. Gli incentivi servono per correggere il passato e per stimolare il presente, le normative per regolare il futuro. Prendiamo i motori elettrici, un altro caso paradossale in cui il payback di un investimento in efficienza è ridottissimo e i risparmi altissimi. Se il governo garantisse incentivi a chi rottama il motore vecchio e ne compra uno nuovo, efficiente, le aziende sarebbero più propense a rinnovare il parco macchine. Ma il Governo dovrebbe anche per legge fissare che, poniamo, dal 2011 non si possono più vendere motori che non siano ad alta efficienza. Il meccanismo è semplice. C'è poi un problema di cultura imprenditoriale, come dice lei. Le grandi imprese italiane hanno già recepito questa filosofia, perché ne hanno i mezzi e il confronto costante con concorrenti internazionali le rende più attente e sensibili a questi aspetti. Durante il mio mandato di vice presidente di Confindustria, ho fatto moltissimi workshop su questi temi rivolti alle piccole imprese: abbiamo raggiunto 12.000 tra imprenditori e manager di piccole imprese. Le aziende, quando capiscono che il guadagno è reale, è netto, scelgono l'efficienza: nessun imprenditore farebbe il contrario. E poi ci vuole un'attenzione a questo tema, a partire dalla prima elementare fino alla laurea: la filosofia della responsabilità sociale deve permeare la nostra cultura di base.

Industria 2015 è un programma molto impegnativo, lanciato dal Governo precedente, che puntava proprio su innovazione, ricerca, efficienza, per dare slancio al rinnovamento del sistema imprenditoriale italiano, agganciandosi anche al treno della green economy. Lei era il responsabile dell'elaborazione del programma sull'efficienza energetica, come ne valuta i risultati oggi che gli esiti del bando sono noti?
Il mio impegno in merito è finito nel novembre 2007 quando ho consegnato il documento per il progetto. Per quanto ne so, le cose vanno avanti anche se molto lentamente. I fondi sono stati ridotti, mentre Confindustria aveva chiesto di aumentarli, ed è stata abbandonata la strada dell'Agenzia. Nel programma che avevo steso, facendomi aiutare da un comitato scientifico che avevo nominato e che come me lavorava a titolo gratuito, con spirito di servizio, l'Agenzia doveva essere esterna, autonoma, con personalità di livello internazionale; oggi è stata richiamata all'interno del Ministero. Industria 2015 è un progetto centrale che faceva parte di una piattaforma di stimolo alla ricerca privata di grande portata. Ci tengo a dire che elaborai quella piattaforma per Confindustria, nella mia veste di Responsabile di Ricerca e Innovazione; in seguito il documento venne presentato al Governo Prodi che lo recepì nella sua integrità. Prevedeva il credito d'imposta per la ricerca fatta internamente nelle aziende; la defiscalizzazione del 40% per le commesse dei privati a istituti pubblici di ricerca, l'esonero parziale o totale degli oneri sociali per le start up innovative e in più c'erano i grandi progetti in cui si allocavano risorse in maniera precisa su filoni individuati come prioritari. Per fare un bilancio sul progetto complessivo ci vuole tempo, non siamo in grado di misurare i risultati adesso. Quello che voglio segnalare è che fin da subito l'adesione fu grandissima: per poter elaborare il progetto, infatti, lanciammo una sorta di concorso di idee e abbiamo avuto un contributo gigantesco da parte delle imprese. Ci vennero segnalati progetti di ogni tipo, alcuni assolutamente avanguardistici, altri che avevano già una maggiore concretezza e così riuscimmo a elaborare il programma, definire i settori prioritari, quelli su cui investire. Industria 2015 doveva orientarsi sui progetti più concreti, con un ritorno più immediato, e così è stato.

Veniamo alla questione mix energetico e al Piano previsto del Governo: l'ipotesi di tornare al nucleare ha scatenato una viva polemica. Come valuta questa ipotesi?
Se abbiamo fatto un errore venti anni fa, è stato quello di rinunciare al nucleare senza pensare ad alcuna alternativa. Essendo quella la nostra storia e guardando alle cose oggi, devo dire però che il nucleare di terza generazione non mi convince e per due semplici motivi: non conviene e non risolve. Non ho nessuna posizione ideologica, tutt'altro: ideologicamente io sono nuclearista perché credo che il nucleare, di nuove forme, darà un contributo importante al fabbisogno energetico dell'umanità nella seconda metà di questo secolo e nel prossimo, ma il nucleare di terza generazione, quello che possiamo usare oggi, è troppo costoso e non risolve i nostri problemi. Il problema è che passiamo da un ideologico no a nessun costi, a un ideologico sì a tutti i costi. Vogliamo chiederci se conviene?

Conviene?
No. Il nucleare che potremmo fare oggi avrebbe un costo per kWh più caro dell'eolico. Chi parla del costo kWh di 2/3 centesimi di euro si riferisce a centrali ammortizzate. Istituti come il MIT, che non possiamo tacciare di incompetenza, calcolano un costo del nucleare di terza generazione (tutto compreso: capitale, interesse, costo di esercizio, il costo di messa in sicurezza delle scorie, decommissioning...) tra 5 e 10 centesimi di euro per kWh. Già oggi il vento costa meno. Il nucleare è costato tantissimo, anche in termini di ricerca. Amory Lovins, il massimo esperto di efficienza energetica statunitense, ricorre a un'espressione molto bella: "il nucleare è stato ucciso da un attacco inguaribile di economia di mercato". Laddove c'è l'economia di mercato, laddove il produttore, che si muove in un mercato libero, deve fare un investimento e avere un ritorno, sta alla larga dal nucleare, perché non gli conviene. Negli USA non ha attecchito, nonostante Bush abbia fatto un pacchetto di incentivi che comprendeva 18 miliardi di $ di investimenti garantiti. Non vale neanche l'obiezione che non si può fare la IV generazione se non si fa la III. Non siamo in un sistema chiuso. Esistono progetti di ricerca di IV generazione: partecipiamo a quelli. Non è necessario fare vecchie centrali. Se si parte da zero, e si parte da zero comunque, ha più senso partire con il progetto più avanguardistico. Per la Francia, il discorso è diverso: Sarkozy fa bene a sostenere il settore, a vendere le sue centrali, la sua tecnologia, ma l'Italia non ha questi interessi, quindi non dovrebbe seguire questa strada. Io credo che faremo il nucleare e poi ce ne pentiremo. I fornitori di energia elettrica prenderanno incentivi in varie forme - e che li prenderanno è certo, perché altrimenti non ne hanno la convenienza - e la bolletta aumenterà.

Come imposterebbe allora lei il mix delle fonti per l'Italia, su quali fonti punterebbe?
Le cose da fare oggi, a costi bassissimi, sono tre. Innanzitutto, risparmio ed efficienza energetica: si possono fare cose straordinarie, ottenere risultati importantissimi lavorando seriamente in questo settore. Potremmo risparmiare il 30%, superare gli obiettivi UE. Noi sappiamo che un terzo del combustibile fossile serve per il riscaldamento, se questi edifici diventassero classe C, che consente un risparmio di un terzo, arriveremmo solo così a quota 20% di risparmio. La normativa inglese stabilisce che dal 2016 ogni abitazione per uso civile dovrà essere ad emissioni zero. Dal 2020, nel Regno Unito, anche gli edifici a uso industriale dovranno essere a impatto zero. Intervenendo semplicemente sugli edifici della pubblica amministrazione otterremmo grandi risultati, con una forza di traino sulla domanda verso le imprese enorme e una grande forza educativa: pensiamo a cosa può significare da tutti i punti di vista agire sull'illuminazione pubblica, rendere efficienti strade, ospedali, scuole, carceri, tribunali. Pensiamo a cosa vuol dire agire sui trasporti pubblici...

Efficienza e risparmio possono coprire anche la crescita dei consumi, quindi?
Se lei avesse un aumento del PIL del 2% all'anno, se avesse allo stesso tempo un aumento dell'efficienza energetica del PIL del 5% all'anno, la riduzione dei consumi sarebbe del 3% all'anno. Se la ST lo ha fatto per 12 anni, raggiungendo il 5,2%, lo può fare anche il Paese.

Gli altri due elementi di cui parlava quali sono?
Ricerca e rinnovabili. Le rinnovabili, oggi, non sono ancora competitive, il payback è lungo, ma non manca più molto tempo al raggiungimento di questo obiettivo. Gli incentivi ci vogliono, sono elevati ma sono necessari. Qualunque tecnologia perché possa decollare ne ha bisogno. È così anche per il nucleare. L'eolico potrà farne a meno già tra 3 o 4 anni, a partire dal 2012, 2015; il solare ci metterà un po' di più, ma non molto. Il solare termodinamico ha grandi prospettive: basterebbe coprire il 2% dei deserti con il solare termodinamico per rispondere al fabbisogno energetico del pianeta. Oggi esistono centrali in Spagna e in California, ma è una tecnologia che ha ancora bisogno di più tempo per essere competitivo.

Il Governo in carica non sembra dimostrare una volontà evidente di intervenire su risparmio e efficienza...
No. Il Governo attuale, almeno stando alle dichiarazioni, non ha sensibilità adeguata per il risparmio energetico; ha sensibilità per l'indipendenza energetica e pensa di risolverla con il nucleare, ma anche l'uranio è da importare, e le miniere di uranio non sono eterne: non c'è molto più uranio che petrolio sul nostro pianeta... Io resto della mia idea: il nucleare non risolve e non conviene.

Parliamo di un altro attore fondamentale dello scenario globale: la Cina. Continuiamo a immaginarlo come un Paese retrogrado che nutre il suo sviluppo di carbone, ma in realtà è uno dei Paesi dove i tassi di efficienza e di sviluppo delle rinnovabili sono più alti. Come inquadra il ruolo di questo Paese nel panorama complessivo?
Avremo sorprese dalla Cina e dall'India. Questi paesi non hanno motivazioni etiche nei confronti dell'energia, ma seguono leggi economiche e puntano all'indipendenza energetica. Non hanno risorse primarie. Stanno facendo carbone e centrali nucleari, vero, ma soprattutto stanno imparando a usare meglio le rinnovabili e il risparmio energetico. Recentemente, ho visitato una cittadina di provincia, Suzou, vicino a Shangai, ebbene tutti i tetti di queste cittadine hanno i pannelli termici, e quando dico tutti intendo proprio tutti. Su 240 milioni di m2 di pannelli termici installati, la metà è in Cina. L'eolico procede a grandissima velocità. Sono i più grandi esportatori di celle solari. L'efficienza energetica è del 5% all'anno. Credo che avremo sorprese positive. Ma il cambiamento maggiore, più importante ai fini di indicare la direzione globale, resta quello segnato da Obama negli USA. Gli Stati Uniti sono ancora la più grande potenza economica e hanno una capacità di trascinamento senza pari, la direzione che imprime Obama è fondamentale.

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