Orizzonte Idrogeno

Innovazione e Ricerca

Che cos’è precisamente il progetto Horizon 2020 e quale ruolo hanno l’idrogeno e le celle a combustibile?
Horizon 2020 è il nuovo programma quadro della Comunità Europea. A differenza dei precedenti, questo programma, che comunque riguarda tutti gli ambiti di ricerca, ha un indirizzo particolare, che si esprime fin dal nome scelto: la ricerca scientifica deve infatti concentrarsi sui settori e le azioni che possono servire a centrare gli obiettivi fissati al 2020, cioè riduzione delle emissioni, riduzione del consumo di energia, aumento dell’efficienza. Non è l’unica specificità di questo programma, innovativo sotto diversi punti di vista.

Horizon 2020 punta alla semplificazione e prevede modalità di finanziamento e erogazione dei fondi omogenee, più chiare e più semplici. Per chi fa ricerca, questi sono elementi vitali: la definizione di regole chiare ed omogenee, la certezza dei finanziamenti, la ripartizione del finanziamento tra i diversi momenti e fasi del progetto, la certezza sui tempi sono determinanti.
Infine, il programma stabilisce delle modalità di partnership tra pubblico e privato (JTI) molto importanti.
All’interno di questo quadro complessivo, l’idrogeno e le celle a combustibile godono di uno strumento molto particolare di finanziamento, la Piattaforma, che sottolinea il rilievo e l’attenzione che nel contesto europeo viene data a questi sistemi.

Quali sono le caratteristiche della Piattaforma idrogeno e celle a combustibile?
Questa piattaforma era presente già nel precedente programma quadro per la ricerca europea, messo a punto nel 2007. A conclusione del programma, sono stati analizzati i risultati conseguiti attraverso lo strumento della Piattaforma (numero di brevetti, posti di lavoro creati, piccole e medie imprese coinvolte) e poiché i dati erano molto positivi, superiori alle aspettative, la Commissione ha proposto di riconfermare la Piattaforma aumentandone il budget a disposizione: da 490 a 700 milioni di euro. Siamo in attesa dell’approvazione del Parlamento europeo.

 

La somma è ingente, in effetti
Quella che ho indicato è solo la cifra relativa al finanziamento pubblico della Piattaforma. In realtà il valore complessivo dell’investimento è il doppio: a questi devono aggiungersi fondi privati, in uguale misura. Il budget a disposizione sarà dunque di 1 miliardo e 400 milioni di euro.
Il panorama europeo è molto chiaro: dalla commissione e dal parlamento sono venuti segnali molto forti circa la necessità di proseguire e intensificare la ricerca in questo settore.
 

Il quadro europeo è chiaro, ma l’Italia a che punto è? Qualcosa si muove anche nel nostro Paese?
Al convegno “Idrogeno e celle a combustibile nell’ambito di Horizon 2020” organizzato a Roma a metà dicembre, hanno finalmente partecipato attivamente rappresentanti della politica europea e nazionale: Vittorio Prodi, Gianni Girotto, Gianni Pittella, vice presidente del Parlamento europeo, il Ministro Zanonato e la Ministra Carrozza. In quell’occasione, hanno avuto modo di constatare di persona quante esperienze positive ci sono in Italia, esperienze che realizzano sinergie tra territorio, enti locali, imprese ed Europa. Alcune regioni italiane fanno parte dell’HyER (Hydrogen Fuel Cells and Electromobility in European Regions), organismo che riunisce le regioni europee che stanno investendo in questo settore. Segnalo quattro regioni che mi sembrano particolarmente efficaci nella loro attività: Piemonte, Abruzzo, Lombardia e Toscana. A queste aggiungo la Provincia di Trento, particolarmente virtuosa, dal mio punto di vista. Tutte esperienze che dimostrano che un’altra Italia è possibile: hanno investito, hanno selezionato progetti che sono diventati punte di eccellenza, hanno accompagnato queste imprese, con il sostegno europeo, fino a consentire di porsi sul mercato.

 

Ci racconti alcune di queste eccellenze…
Electropower system è una società nata da uno spin off universitario. Sono partiti pochi anni fa in due e oggi sono una trentina di persone. Producono sistemi a celle a combustibile. Lavorano per aziende come Telecom, ma anche per aziende a Singapore, e oggi sono arrivati fin negli Stati Uniti. In Italia ci sono, ad oggi, 300 antenne di telecomunicazioni in zone remote alimentate dai sistemi prodotti da Electropower system.
Un altro esempio è la SOFC Power, un’azienda che ha sede a Mezzolombardo (Trento). I loro prodotti di punta sono sistemi a celle a combustibile da multi appartamento che producono energia elettrica e calore, con una potenza di 2,5 kw. Oggi grazie anche a investimenti privati, stranieri, stanno aprendo uno stabilimento per avviare una produzione numericamente significativa. Questi prodotti sono molto costosi oggi, troppo. Perché raggiungano dei livelli accettabili, concorrenziali bisogna poter aumentare la produzione.

 

Quello che continua a mancare l’anello del Governo nazionale, quello che consente di fare sistema…
E soprattutto di aprire un mercato. Bisogna creare le condizioni di mercato perché società come queste si sentano tutelate e abbiano un mercato in Italia.
Sarebbe sufficiente che l’Italia si adeguasse, da un punto di vista legislativo, normativo, a quanto stabilito dall’Europa, con le direttive relative alla microgenerazione, stabilendo gli standard di riferimento: limiti di emissioni, efficienza elettrica ed efficienza totale. Si tratta di direttive a costo zero: non servono sovvenzioni o sussidi, non serve un mercato assistito.
Abbiamo bisogno di creare le condizioni perché queste esperienze possano crescere, maturare, rafforzando un modello produttivo su larga scala, attecchire nel mercato nazionale e aprirsi a quello europeo. Questi prodotti infatti sono in grado di competere a livello internazionale.
Altrimenti il rischio che corriamo è che qualcuno prima o poi invece di comprare i prodotti compri direttamente le imprese. Significa perdita di know how, di posti di lavoro, di prodotti da esportare, di punti di PIL…

 

Nel suo contributo al convegno la ministra Carrozza ha accennato alla Creazione di una Piattaforma Italiana che ricalchi quella europea. Che cosa ne pensa?
Sono ovviamente pienamente d'accordo è quello che la "comunità italiana idrogeno e celle a combustibile" chiedeva da tempo. È lo strumento necessario per allinearci con l'Europa, per dare respiro e forza alle nostre iniziative, per incoraggiare gli investitori, per inquadrare meglio gli sforzi che il mondo della ricerca dedica a questo settore, e infine per far sì che gli interventi a livello locale (regioni, province, Comuni) siano in linea con l'obiettivo Paese. È anche lo strumento che consentirà di affrontare in maniera collegiale e condivisa i non pochi problemi che porrà l'introduzione massiccia di tali tecnologie nel trasporto (reti idrogeno, sicurezza, standard) e nel settore energia (adeguamento della rete, bilanciamento delle reti, tassazione, standard, ecc.).

La piattaforma dovrà essere il frutto di un lavoro congiunto: Ministeri, istituzioni locali, industria, ricerca, investitori. Dovrà essere pienamente condivisa a livello politico perché dovrà avere una visone strategica di medio, lungo periodo, al pari di quella europea che vede il 2050 come l'anno del pieno raggiungimento degli obiettivi relativi all’effetto serra, riduzione del fabbisogno energetico, affrancamento dai combustibili fossili (decarbonizzazione della società).

 

Un altro ambito fondamentale di sviluppo per l’idrogeno è l’automotive. Su questo fronte come vanno le cose? 
Un paio di anni fa, la Commissione Europea commissionò una ricerca alla società di consulting McKinsey su questo tema. La ricerca vide coinvolte tutte le più grandi società automobilistiche europee, le maggiori società petrolifere, e puntava a capire in che direzione stava andando il settore e quali politiche servissero. Bene: dallo studio emerse che il futuro per i trasporti era legato all’energia elettrica. Se a batterie, a celle a combustibile, a super capacitori, sarebbe dipeso, diceva lo studio, da quale di queste tecnologie si fosse dimostrata per prima in grado di soddisfare alcune esigenze specifiche del mercato: fare il pieno di energia in fretta e fare con un pieno almeno 600 / 700 km.
A partire da questo studio, la Commissione Europea ha in seguito elaborato la direttiva, ora in approvazione da parte del Parlamento Europeo, Clean Power for Transport, un piano che struttura la transizione del sistema trasporti. Si tratta di un percorso graduale, in tre fasi, che ci porterà dalla combustione interna alla trazione elettrica. Concretamente si prevede la realizzazione di un Green Corridor, che va da Oslo a Modena, per una larghezza di circa 300 km, all’interno del quale devono esserci stazioni di servizio per il rifornimento di energia, ogni 300 km.
Anche in questo caso, la direzione è chiara.

 

Ma anche in questo caso l’Italia arranca?
Dobbiamo chiederci da dove nasce questa direttiva europea. A monte di questa scelta c’è un paese, la Germania, in cui le principali industrie automobilistiche nazionali, hanno scelto di investire in questo ambito; il Governo ha sostenuto questa trasformazione, siglando un accordo con le case automobilistiche e con le utilities, garantendo alle case automobilistiche la presenza sulla rete stradale di punti di rifornimento e alle utilities la presenza di un parco macchine in circolazione che usasse quelle stazioni. Tanto che se nel 2014 le stazioni di servizio attive saranno 50, nel 2023, cioè tra 10 anni, saranno 400, con una distanza tra l’una e l’altra di soli 50 km, garantendo quindi sicurezza negli approvvigionamenti.
Necessariamente, il raggio continua ad allargarsi, questo parco macchine non può limitare la possibilità di circolazione alla Germania, così il governo tedesco ha fatto pressione perché si avviasse una trasformazione a livello europeo.
In Italia invece che cosa è successo? Da quello che si vede, sembra che la FIAT punti molto sulle auto a metano, e poco, direi troppo poco, alle auto elettriche. Per quanto ci è dato sapere, sembra che l'attività del Centro Ricerche Fiat sulle auto ad idrogeno e celle a combustibile sia stata fermata. Per il momento siamo fermi, speriamo di essere smentiti dai fatti.
Cosa significa tutto questo? Che gli standard tecnologici saranno tedeschi, la tecnologia sarà tedesca, i modelli dei serbatoi saranno tedeschi. Rischiamo di subire tutto questo.
Continuare a resistere, a ignorare i segnali che ci vengono dal mondo è deleterio.

 

 

 

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