Dibattito Pubblico. La via italiana.

Scenari globali
04 Luglio 2013
Iolanda Romano, Avventura Urbana, Italia Decide

Intervista a Iolanda Romano, Avventura Urbana
di Agnese Bertello

 

I dati Nimby Forum ci dicono che il numero degli impianti e delle infrastrutture oggetto di contestazioni continua a crescere di anno in anno; le proteste non riguardano soltanto i progetti faraonici, ma anche piccole infrastrutture energetiche, in particolare gli impianti a biomassa.  Un altro elemento che emerge sempre più chiaramente è che il NIMBY sta diventando un NIMTO (Not in My Turn of Office), cioè la responsabilità della politica nel cavalcare in maniera strumentale il fenomeno si fa più evidente…Sono dati in cui si ritrova?
Sono dati che conosco e purtroppo non mi stupiscono. Il fenomeno è in crescita non da oggi, ma resta un fenomeno davanti al quale i politici, i partiti in particolare, balbettano. La reazione è spesso stata quella di evitare il problema, proponendo un accentramento delle decisioni, un’accelerazione degli iter autorizzativi (penso per esempio alla Legge Obiettivo, ma non solo): questo atteggiamento ha spesso inasprito i conflitti, invece di risolverli, con il risultato che i procedimenti finiscono sempre davanti alla Magistratura, e i tempi si dilatano all’infinito.... Si crea così uno stallo decisionale che acuisce il potere di veto dei comitati e rende totalmente priva di senso l’azione di governo, rendendo impossibile decidere che cosa è bene fare. Certamente non fa bene al Paese. Questo non significa che i comitati di protesta fanno male a protestare: c’è però un’afasia di proposte da tutte le parti. Chi governa dovrebbe fare delle proposte di intervento credibili, commisurate ai problemi, chi si oppone dovrebbe riuscire a presentare alternative concrete, dettagliate, mentre troppo spesso sono ammantate di connotazioni retoriche, senza una precisazione di fattibilità tecnica ed economica.

 

In questo quadro, si parla da tempo dell’introduzione in Italia di strumenti come il Dibattito Pubblico. Ma anche in questo caso sembra mancare la volontà politica di concretizzare…
A me sembra che se ne parli ancora molto poco,a parte forse tra gli addetti ai lavori, e che invece finalmente si stiano avviando delle procedure concrete per raggiungere questo obiettivo. La proposta di Legge cui ho lavorato insieme a ItaliaDecide, Astrid e ResPublica, era stata inserita in un Disegno di Legge dal Governo Monti, che ha avuto l’epilogo che conosciamo. Adesso quella proposta sul Dibattito Pubblico, rinominato "Confronto pubblico con i territori" per distinguersi dal modello francese, è stata inserita tra i documenti dei Saggi: il tavolo delle riforme istituzionali ha messo al primo punto il tema dei diritti dei cittadini e della partecipazione democratica. C’è un’azione molto specifica e molto concreta per fare sì che diventi Legge. Per una volta, finalmente, è un fare. L’obiettivo è che questo smarrimento generalizzato trovi un punto di attenzione in una proposta concreta. Il Paese ne ha molto bisogno e l’attenzione deve essere volta a che non si partorisca un topolino.

 

Quali devono essere gli elementi fondamentali che un istituto di questo tipo deve avere per evitare che si riveli inefficace?
Innanzitutto, per essere credibile, il Dibattito Pubblico non può e non deve riguardare solo le caratteristiche dell’opera che si propone, ma anche la sua opportunità. Il secondo elemento fondamentale, riguarda l’ente, o la figura, che organizza e gestisce il dibattito. Deve trattarsi di una figura totalmente indipendente dalle parti. Questo aspetto è fondamentale, prevalente perfino rispetto al tema dell’autorevolezza; quest’ultima infatti può essere guadagnata sul campo, mentre l’indipendenza no, è un prerequisito. Si tratta di due concetti totalmente nuovi per il nostro Paese.
C’è poi bisogno di una cultura che faccia comprendere ai proponenti che non si può più adottare un’ottica decisionista e calata dall’alto: è antistorica e impraticabile. I territori la rigettano. Devono prendere coscienza della necessità di attrezzarsi con buoni argomenti per dimostrare l’utilità di quanto si propone, perché sull’utilità dell’opera ormai la società civile chiede conto. Giustamente, per altro.

 

Le imprese italiane sono mature per affrontare questo passaggio culturale?
Le imprese hanno un danno enorme nell’allungamento dei tempi delle decisioni, nella reversibilità delle decisioni, nei continui cambi di passo dati dalle elezioni, dai cambi amministrativi, dalla politica… Lo sconforto dei cittadini si ritrova specularmente nelle imprese. Quello che chiedeono sono certezze: sappiamo che qualunque proposta ha dietro un business plan che a sua volta è collegato ai tempi di realizzazione. Le imprese hanno molto più interesse a sapere per tempo se su uno specifico progetto ci sono problemi di accettabilità sociale piuttosto che spingersi avanti nella progettazione, arrivando a definire dettagli anche costosi, portandosi dietro il rischio che alla fine tutto venga bloccato, con uno spreco di denaro e di tempo enorme.
In questo senso, il fatto che la Valutazione di Impatto Ambientale si faccia sulla base del progetto definitivo è un grosso problema della nostra normativa. È importante invece intervenire al momento dello studio di prefattibilità, perché il confronto con il territorio deve poter influenzare anche la scelta di progetto.
Credo che le imprese italiane siano mature per questo passaggio, anche perché per loro non è una questione valoriale: si tratta di far quadrare i conti. Questo non vuol dire però che non siano necessari dei cambiamenti anche per loro: per esempio, bisogna arrivare a coinvolgere in questa fase di confronto sull’opera i tecnici, gli ingegneri, non soltanto il settore comunicazione della società proponente.  

Che cosa intende esattamente?
Uno dei grandi meriti del Débat Public è stato quello di cambiare la mentalità dei maître d’ouvrage: i proponenti hanno capito che per realizzare i progetti devi arrivare ben attrezzato alla fase di presentazione alla comunità territoriale, cioè devi essere in grado di spiegare alla comunità tutti gli elementi, e dimostrare di aver tenuto conto di una serie di dimensioni, di impatti, che non sono solo quello tecnico, economico, e ambientale, in senso generico. Dobbiamo coinvolgere ingegneri e progettisti anche noi, perché il settore comunicazione non ha il potere di migliorare la sostanza del progetto.
Per questa ragione, stiamo progettando insieme al Politecnico di Torino un Master in mediazione dei conflitti pubblici, all’interno della facoltà di Ingegneria non di quella di sociologia urbana.  Bisogna formare al confronto gli ingegneri. A parte le diffidenze iniziali, i linguaggi, chi costruisce un progetto di una infrastruttura o di un impianto energetico si rende conto della necessità di avere competenze e indicazioni più chiare da parte dei politici, ma questi non sono in grado di darle se non sono messi nelle condizioni di confrontarsi pubblicamente.

Come è opportuno adattare il Débat Public al contesto italiano, a suo avviso?
Intanto, la Francia è un paese centralizzato. Noi abbiamo le Regioni, ci sono articoli della Costituzione che definiscono i rapporti tra livello nazionale e livello regionale rispetto a determinate politiche. Non credo che il modello francese, che prevede una Commissione Nazionale possa essere replicato così com’è, ma deve essere adattato al nostro contesto amministrativo. In Italia una commissione di 25 membri diventerebbe come la Bicamerale, uno strumento totalmente privo di competenze ma costruito con il manuale Cencelli in modo da rappresentare gli equilibri politici. L’elemento fondamentale, lo ripeto, è l’indipendenza dalle parti coinvolte di chi gestisce il percorso. L’autorevolezza può essere guadagnata sul campo, l’indipendenza no: quella è una premessa. In Italia, il problema non è di facile soluzione. Va esplorato in forma sperimentale un modello che sia in seno a un’Authority indipendente, facendo molta attenzione alle relazioni che si instaurano tra questa figura e le infrastrutture tecniche degli apparati dei ministeri. Bisogna poi prevedere una serie di strumenti, non solo informativi e di consultazione della cittadinanza; strumenti di progettazione partecipata, di confronto creativo, insomma di mediazione all’americana, per intenderci.

Lei ha una conoscenza approfondita delle diverse esperienze che negli anni si sono susseguite in Italia. A che punto siamo, rispetto al resto dell’Europa?
Siamo decisamente avanti. Quando ho cominciato a occuparmene, nel ’92, quello che mi premeva era attivare iniziative sui territori, sperimentare, dimostrare che è possibile. Oggi, dal punto di vista sia delle pratiche di chi ha lavorato sul campo, sia del parco esperienze e sperimentazioni legislative, abbiamo dimostrato di essere più avanti di molti paesi europei. Nessuno può dire che in Italia la partecipazione non funziona. L’urgenza adesso è un’altra: cambiare il sistema. Se non adeguiamo il sistema a una società evoluta, più richiedente, più autodeterminata, in Italia non si fa più nulla. 

 

Per approfondire
Iolanda Romano, "Cosa fare, come fare. Decidere insieme per praticare davvero la democrazia", ed. Chiarelettere

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