Il futuro della SEN nell'incertezza dello scenario politico

Scenari globali
11 Aprile 2013

di Alberto Mariani – FEDERUTILITY Area Mercato dell’Energia

 

Correva l’anno 1988 l'ultima volta che l’Italia ha elaborato un documento di indirizzo di politiche energetiche: i soggetti responsabili della sua attuazione erano i due monopoli statali  (l'Eni e l'Enel), mancava quell’integrazione europea che oggi è uno dei motori della Sen e le rinnovabili erano tecnologie futuribili.

La Sen non solo rivede i target individuati dai precedenti Governi, ma ragiona anche sull’evidenza che avere il costo dell'energia più alto d'Europa pregiudica la competitività delle imprese italiane e deprime i consumi interni, e fa autocritica sull'aver istituito un sistema di incentivi tale da averci permesso sì di raggiungere in largo anticipo l'obiettivo ragguardevole del 20-20-20 sulle rinnovabili elettriche, senza tuttavia aver creato una vera industria nazionale per la green e white economy.

Tuttavia è impossibile sottacere che si tratta di un documento – vestito da decreto, elaborato congiuntamente dal Ministero dello Sviluppo Economico e dell'Ambiente – emanato da un Governo tecnico, uscente e in regime di prorogatio, per il quale al momento è difficile immaginare un successore.

Oltre l’incertezza istituzionale, la Sen sconta forse una eccessiva varietà di ricette, elemento particolarmente critico vista la disponibilità limitata di risorse finanziarie.

Se da un lato con la Sen verranno superati gli obiettivi di sostenibilità ambientale decisi in sede europea per il 2020 - considerando quasi raggiunta la grid parity delle rinnovabili e sancendo di fatto la fine dell'esperienza degli incentivi per il fotovoltaico -, dall'altro l'Italia dovrà porre fine agli indugi sullo sfruttamento degli idrocarburi – in prevalenza off shore – sul proprio territorio. Così come dovrà finalmente declinare concretamente la parola d’ordine della politica energetica italiana degli ultimi anni: la “diversificazione”, nel mix di fonti da utilizzare e nella scelta dei Paesi da cui dipendere, alla ricerca di un maggiore equilibrio del sistema. Gli effetti e i vantaggi di questa strategia sono chiari, sia dal punto di vista geopolitico che economico; i tempi e le modalità con cui perseguirla meno, per fattibilità e per consenso.

Tra le priorità d'azione fissate dalla SEN, l'efficienza energetica è quella su cui l’Italia dovrebbe contare maggiormente. Si tratta di un modo per ridurre le bollette dei consumatori e quella dello Stato, abbattere le emissioni climalteranti e creare ricadute positive sulle economie locali, quindi il consenso a tale obiettivo non è mai stato in discussione. Ciononostante, la storia della Direttiva europea (2012/27/CE), dopo il graduale abbandono di molti dei buoni propositi iniziali della Commissione, ha dimostrato che si tratta di un settore difficile da inquadrare e promuovere efficacemente, anche perché sinora ha avuto alle spalle una lobby meno organizzata di quelle di petrolieri, utilities o rinnovabili.

I risultati raggiunti da provvedimenti come la detrazione del 55% e i Certificati Bianchi – pur con alcune contraddizioni e limiti – sono sotto gli occhi di tutti, come dimostrano i TEP (Tonnellate Equivalenti di Petrolio) risparmiati al netto della crisi economica. D’altronde le indicazioni della SEN non lasciano dubbi sul fatto che l’efficienza energetica sia una scelta obbligata per l'Italia, perchè il concetto non è limitato ad una mera riduzione dei consumi, ma significa investire in competenze tecnologiche che hanno mantenuto posizioni di leadership industriale nonostante la crisi del sistema Paese. In gioco, tuttavia, è il potenziale di spinta anticiclica che l’investimento in efficienza energetica contiene, oltre al risparmio conseguente per tutti gli utenti.

La Sen interviene nel riordino ulteriore delle rinnovabili, laddove anche i Decreti del luglio scorso avevano già messo un freno ai 12,5 miliardi che il sistema dovrà assicurare ancora per vent'anni. A bilanciare il peso di questa penetrazione, appare ineludibile il ricorso al gas che per le sue caratteristiche fisiche è indicato come l'elemento ideale di supporto (backup) alla crescita della produzione da fonti rinnovabili; una transizione che potrebbe durare ancora decenni in mancanza di investimenti strutturali nelle reti. Lo scenario si complica in considerazione del fattore tecnologico degli impianti e delle batterie di accumulo, che costituiscono variabili troppo rilevanti. Di qui, la previsione che il nostro attuale assetto energetico non potrà fare a meno del gas, nel breve e medio termine. La materia prima su cui si basa il sistema energetico italiano ha infatti anche molti pregi: è più pulita del carbone, spaventa meno del nucleare ed è più economica delle rinnovabili, anche se forse ancora per poco.

E nel settore gas la Sen deve anche fare i conti con uno scenario in mezzo alla tempesta perfetta scatenata da numerosi fattori, dalla domanda crescente dei PVS al boom dello shale gas, che rendono molto difficile fare previsioni su prezzi e disponibilità futura.

D’altra parte, la stessa ipotesi di rendere l'Italia l'hub mediterraneo del gas è stata ridimensionata nella versione finale della Sen, scontando una incertezza di fondo circa la ripresa dei consumi e circa la capacità  di coordinamento a livello europeo delle politiche energetica.

Quanto sarà incisiva la Strategia Energetica Nazionale è quindi tutto da vedere. Per il momento potremmo dire poco, almeno a leggere le variabili economiche e una dipendenza dal gas che solo nel lunghissimo periodo potrà essere marginalizzata. Ma va detto che non è compito di questo Decreto quello di dettare il tempo ad un nuovo paradigma energetico, perché questo implica sinergie con la politica economica e fiscale – non solo nazionale - che sono tutte da verificare. Ad esempio, senza una carbon tax incisiva, sarà difficile acquisire posizioni di leadership nelle nuove tecnologie al riparo di un industria che nei PVS è oramai competitiva non solo sul prezzo, ma anche sulla qualità dei prodotti.

Ed è soprattutto indispensabile, sia per ragioni di peso politico che di progresso tecnologico, il contributo di una politica europea che sia capace di valorizzare quella che è sempre stata la debolezza del Vecchio Continente, cioè il fatto di non avere idrocarburi nel suo sottosuolo.


 

 

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