L'Italia dei Nimby, tra Kakfa e Gogol'

Scenari globali
19 Febbraio 2014

di Alessandro Beulcke, presidente Aris -  Nimby Forum

 

È ormai da una decina di anni che attraverso l’Osservatorio Nimby Forum®, seguiamo scrupolosamente il fenomeno NIMBY (Not In My Back Yard), e registriamo l’evoluzione delle contestazioni territoriali legate alla realizzazione di infrastrutture di vario tipo, in particolare produttive, nel nostro Paese.

 

Dieci anni sono tanti; rappresentano un arco di tempo in cui le tendenze possono, volendo, essere invertite. Se però analizziamo i dati più recenti dell’Osservatorio (2012), quello che vediamo è, purtroppo, un incancrenirsi della situazione. Senza entrare nel dettaglio, occorre riferire alcuni dati sommari, ma sufficienti a delineare la radicalità della situazione relativa ai casi di NIMBY in Italia: nell’ultimo anno, le contestazioni hanno registrato una crescita del 7%, raggiungendo quota 354. Di queste, 15 sono emerse nel 2012, mentre ben 19 risalgono alla primissima edizione del Nimby Forum, cioè al 2004.

Quest’ultimo è certamente il dato più allarmate della ricerca ed è quello che testimonia l’inadeguatezza del nostro sistema di rappresentanza e del modello di concertazione cui ricorriamo in queste situazioni.

Infatti, che intorno alla realizzazione di un’opera nascano delle contestazioni da parte della popolazione coinvolta non è né sorprendente, né preoccupante; lo è, però, che a questa situazione non si sia in grado di trovare una soluzione e che si resti tutti – cittadini, imprenditori, istituzioni – sospesi per anni, tra gli infiniti passaggi farraginosi della burocrazia, il duplicarsi degli iter e delle autorizzazioni necessarie, la sovrapposizione di poteri e di veti tra istituzioni di vario livello. Una situazione caotica, incomprensibile agli investitori stranieri, che evoca i racconti di Kafka e di Gogol’, in cui il prevalere della burocrazia priva di ogni possibile senso il nostro agire.

 

Prova ne è che oramai il passaggio ultimo, con cui sempre più spesso si concludono gli iter autorizzativi è il ricorso alla Magistratura. È legittimo?

Come dice Giuliano Amato, in un’intervista rilasciata al Nimby Forum, “La magistratura c’entra sempre, perché nella nostra Costituzione sta scritto che quando un nostro diritto è messo in discussione, abbiamo diritto di agire in giudizio”, nel contempo, ci ricorda il giurista, c’è l’uso e l’abuso del diritto. “Il giudice deve raddrizzare i torti”, ma prima di tutto deve valutare la fondatezza dei motivi e l’organizzazione deve consentire di “rigettare i ricorsi palesemente infondati, punendo severamente l’azione temeraria, cioè quell’azione intrapresa solo per inceppare un percorso”.

Di fatto rappresenta la rinuncia da parte della società civile, delle istituzioni, delle imprese a trovare una soluzione condivisa, capace di tenere insieme gli interessi di tutti e definire l’interesse generale: ci si chiama fuori e si rimanda a un ente terzo una decisione di merito.
Dal punto di vista della politica, delle forme della rappresentanza democratica, questo “chiamarsi fuori” , se è certamente legittimo, non può al tempo stesso non essere visto come una pesante sconfitta. L’iter concertativo previsto dalla Legislazione italiana per la realizzazione delle opere infrastrutturali non ha più, oggi, credibilità: non ne ha per i cittadini, che non vi riconoscono un valore reale, non ne ha per le imprese, che sono comunque costrette a sottoporvisi, ma non ne ha neppure per le stesse istituzioni che, sempre più spesso, non prendono parte ai momenti di confronto previsti.

 

Riformare quest’iter è fondamentale e urgente per consentirci di recuperare terreno. E quegli investimenti - 40 mld di “costi del non fare” secondo Agici-Bocconi – che ogni anno perdono la possibilità di essere iniettati nel Paese. Ma avviare questo processo, per esempio introducendo modelli simili al Débat Public francese, di per sé, può non bastare. Anzi, non basterà certamente se è inteso solo come operazione di facciata, sovrapponendo un modello innovativo a quello esistente.

Restituire senso e credibilità  a questo percorso, recuperare una possibilità di confronto vero, è l’impegno che la classe dirigente italiana e la società civile devono assumersi. Facciamo presto.

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