SEN. Parlano i nostri esperti / 3

Scenari globali
31 Gennaio 2013

di Stefano da Empoli, Presidente I-com

A poche settimane dalle elezioni del 24 e 25 febbraio, appare lecito chiedersi se abbia ancora senso o meno affrettarsi a varare la Strategia Energetica Nazionale (SEN). Visto che il Paese aspetta ormai da 25 anni un documento organico e completo di fonte governativa sulle scelte di politica energetica e dato lo sforzo profuso dal Ministero ma anche da diverse centinaia di attori pubblici e privati che hanno partecipato al processo di consultazione, la risposta non può che essere positiva a parere di chi scrive. Meno rilevante appare invece a questo punto il dibattito sulla veste giuridica più adatta, se con o senza imprimatur del CIPE.
In ogni caso, al tramonto dell’attuale legislatura e incominciando a ragionare sulla prossima, appare importante disporre di un lascito che, opportunamente rielaborato e codificato, possa contribuire a passare la fase di transizione che seguirà alle elezioni nella maniera più veloce e anche più indolore possibile.
Perché ciò avvenga nel modo migliore, sarebbe tuttavia auspicabile che nella versione finale della SEN venissero superati alcuni limiti riscontrati nel documento messo in consultazione a ottobre, di natura metodologica e sostanziale (come viene illustrato in maniera estesa nello studio di I-Com consegnato al Ministero nell’ambito del processo di consultazione e qui allegato).


Tra le principali criticità metodologiche, I-Com ne individua tre in particolare:


1) In primo luogo, proprio per il coraggio dimostrato nell’averla promesso all’inizio e perseguita con grande impegno successivamente, ci si sarebbe aspettati che la SEN avesse un orizzonte temporale di più ampio respiro rispetto al 2020, che in termini di scelte energetiche appare una fotografia del presente o del passato più che del futuro. Non averlo fatto è stato come aver deciso di comprare un’auto di grossa cilindrata e, una volta a disposizione, non volere affondare il piede sull’acceleratore. Pur essendo apprezzabile la scelta del Governo di non scrivere un libro dei sogni ma un elenco di azioni concrete entro un quadro finalmente organico, si sarebbe potuto almeno individuare un doppio livello di obiettivi, al 2020 e al 2030/2035 (mentre il 2050, pur essendo un orizzonte coerente con la strategia europea, rischia in effetti di rivelarsi troppo lontano). Il focus esclusivo sul 2020 penalizza fortemente, ad esempio, la posizione che occupa nella SEN la ricerca in campo energetico, che anziché entrare dalla porta principale sembra venga recuperata dal ripostiglio dei vecchi arnesi, che pure devono conservarsi perché così sta bene nelle buone famiglie, ma senza alcuna attenzione particolare. 

2) L’assenza, almeno nella versione in consultazione, di un’analisi costi-benefici delle principali scelte di politica energetica, che rischiano così di diventare delle enunciazioni talvolta ideologiche, talvolta di buon senso, in ogni caso non supportate da una chiara evidenza quantitativa. L’analisi costi-benefici non è uno strumento metodologico perfetto ma tuttavia il suo utilizzo è necessario nel caso si vogliano stimare seriamente gli effetti delle principali decisioni di policy. Perché è certamente più rassicurante una vista sfocata che girare con una benda sugli occhi. In questi casi, cercare di muoversi in buon equilibrio, come fa generalmente la bozza SEN, non basta ad evitare il pericolo di cadute rovinose, che potrebbero essere dietro ogni affermazione che vada oltre la fotografia dell’esistente.

3) Infine, il terzo limite metodologico consiste nella evidente mancanza di un reale coordinamento a livello di Governo, tale da consentire una piena condivisione da parte dei diversi Ministeri competenti di tutte le aree di policy che hanno riflessi sull’energia. Così si spiega lo spazio nullo o quasi dato a temi importanti come i trasporti e la fiscalità (ma anche lo scarso spazio dato alla ricerca). Tuttavia, tanto per fare un esempio, se l’abbattimento dei prezzi relativi rispetto alla media UE è assunto come principale obiettivo della SEN, appare singolare la virtuale assenza dal quadro della fiscalità energetica, che incide in media più che negli altri Paesi UE sui prezzi finali (per alcune classi di consumo, fino a quasi il 40% nel gas e a più del 30% nell’elettricità, per non parlare dei carburanti, dove arriva a pesare ben oltre il 50%).


Tra i limiti di natura sostanziale, lo studio di I-Com, pur apprezzando molte parti della SEN, ne evidenzia alcuni, in particolare rispetto alla prospettiva di un hub del gas e all’obiettivo della diminuzione del gap di prezzo con i Paesi UE nel settore elettrico. Entrambi gli scenari appaiono infatti poco realistici alle condizioni date, almeno nell’orizzonte 2020.
Per quanto riguarda il mercato del gas, la debolezza della domanda interna (ma anche europea) appare difficilmente compatibile con un potenziamento significativo delle infrastrutture gas, peraltro supportato in tariffa dai consumatori.
Nel settore elettrico, l’aumento dei costi delle rinnovabili, che la SEN è costretta a registrare, difficilmente consentirà una diminuzione del gap di prezzo con i Paesi europei, almeno nei prossimi anni, anche tenendo conto della prevista diminuzione del prezzo della materia prima gas.


Nonostante tutto questo e altro ancora, il lavoro svolto dal Ministero dello Sviluppo Economico sulla SEN merita di trovare una sua finalizzazione, qualsiasi sia la veste giuridica (fosse anche un quaderno di studi sul sito del Ministero, purché sottoscritto dagli attuali vertici del dicastero).

 

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