Tempi duri per il gas russo.

Scenari globali
26 Settembre 2013

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"Formiche". Intervista a Leonardo Maugeri116.3 KB

Conversazione con Leonardo Maugeri, di Alessandro Beulcke. 
In collaborazione con "Formiche"

 

1. La crisi sta causando una riduzione dei consumi energetici in Europa. Le conseguenze ricadono sul suo più importante fornitore di gas, la Russia, che rischia di veder messo in crisi il suo modello di capitalismo di stato. Quali vie di uscita sono possibili?

Mosca ha due grandi problemi. Il primo, e principale, è il prezzo del gas.
Oggi questo è ancora legato al prezzo del petrolio, nei principali mercati di riferimento, però, questa situazione sta cambiando. Soprattutto nei Paesi europei, che rappresentano il grosso dell’esportazione di gas per la Russia, c’è una richiesta continua di rinegoziazione dei contratti firmati. Le nuove formule che la Russia sta concedendo alle compagnie europee prevedono sconti sul prezzo del greggio, ma il legame con il prezzo del greggio rimane. Questo primo problema ha un carattere strutturale.

Bisogna considerare che oggi già circa il 50% del gas consumato in Europa non è più legato al prezzo del greggio ma a formule spot, di mercato libero, seppure con un evidente riferimento al prezzo dei mercati regolati. La portata e la rapidità di questo cambiamento, di questo progressivo scollarsi, divaricarsi tra il prezzo del  gas e quello del petrolio, ha sorpreso un po’ tutti. Mosca si trova di fatto a fare fronte alla dissoluzione di un mercato di riferimento.
L’altro problema è il prezzo del petrolio in sé. Il livello che il prezzo del greggio ha raggiunto non è sostenibile nel medio e lungo periodo. La capacità di produzione petrolifera infatti sta crescendo in tutto il mondo, e non solo negli Stati Uniti, dove il fenomeno è straripante: da qui a due anni si avrà un forte ridimensionamento del prezzo del greggio, e questo a sua volta trascinerà verso il basso il prezzo del gas. L’assetto politico russo non potrà non esserne influenzato.
Del resto, se guardiamo la storia di questo Paese, ci accorgiamo che è direttamente legata all’andamento dei prezzi di gas e petrolio. L’ascesa politica di Putin è coincisa con una fase di aumento dei prezzi del petrolio e del gas, così come il fallimento delle politiche di Gorbacev dipese dal crollo di quei prezzi. Lo stesso possiamo dire della stabilità brezneviana.

2.  L’ingerenza del Cremlino continua ad essere gravosa. Oggi però alcuni gruppi sembrano voler rivendicare una maggiore autonomia. Ci sono privatizzazioni o riorganizzazioni in campo?
In realtà, sia che le società siano pubbliche o che siano a partecipazione statale, in campo energetico tutto passa dal Cremino. Su questo Putin è sempre stato molto chiaro, fin da prima della sua elezione. La tesi che incarna perfettamente il pensiero di Putin è che la possibilità della Russia di risorgere e di tornare ad essere una superpotenza può essere garantita solo se il controllo delle fonti energetiche e delle materie prime resterà nelle mani dello Stato: queste sono le basi per il rilancio del Paese, nella sua visione politica. Per questo, non vedo grande spazio per le società private, che siano essi russe o internazionali. L’esperienza ci dice infatti che alla fine si sbatte sempre contro la volontà del Cremino.

3. Però su alcuni progetti, particolarmente impegnativi, si stanno avviando joint venture internazionali. Quanto spazio c’è davvero per queste collaborazioni?
In questi giorni si parla di una joint venture tra Rozneft, Exxon e Statoil per lo sfruttamento di  un giacimento di shale oil  - quello di Bazenov -  che pare essere tra i più grandi al mondo. I dati mi paiono molto discutibili e in generale mi sembra che questo progetto rappresenti più che altro un grattacapo. Al di là di ciò, dobbiamo ricordarci che la Russia, negli ultimi venti anni, ha sempre coinvolto le società internazionali per fronteggiare problemi o sfide enormi  – a carattere tecnologico, ambientale, economico – che non aveva autonomamente le capacità di risolvere. Una volta superata la crisi, però, queste società sono state, più o meno gentilmente, allontanate. Insomma, il nazionalismo delle risorse fa parte del DNA russo. Non vedo cambiamenti sostanziali di atteggiamento e, di conseguenza, le possibilità di penetrazione e radicamento dei gruppi internazionali in questo Paese restano scarse.

4. Ci sono possibilità che gruppi italiani partecipino al processo di ristrutturazione dell’upstream russo?
Il sistema di gasdotti russo fa acqua da tutte le parti: le perdite di gas sono enormi. Il problema esiste da un sacco di tempo ed è ben noto, ma intervenire richiederebbe investimenti dell’ordine delle decide di migliaia di dollari. Negli anni Novanta, l’ENI fece un intervento e fu ripagata in gas. Per quanto riguarda l’upstream, il discorso non è molto diverso. Le compagnie russe hanno bisogno delle società internazionali perché non hanno le tecnologie adeguate o non hanno le capacità organizzative per gestire quelle tecnologie. Ma in questo specifico ambito, negli ultimi anni sono cambiate moltissime cose: le tecnologie, e la capacità di gestirle, non sono più in mano alle grandi compagnie petrolifere occidentali, ma alle service company. È con loro che bisogna sapersi interfacciare. La Russia questa capacità non ce l’ha e per questo continua a preferire l’intermediazione delle grandi major occidentali, ma il lavoro lo fanno i contractor.
Negli ultimi 10 anni sono intervenuti profondi cambiamenti per quanto concerne il ruolo delle major: è un  tema centrale al quale dedicherò un mio prossimo lavoro. Se guardiamo ai cambiamenti intervenuti negli ultimi 10 anni, ci rendiamo conto che il loro ruolo è radicalmente mutato. I grandi Paesi produttori, che hanno il coltello dalla parte del manico, non hanno più così bisogno delle major occidentali, perché sanno che poi il lavoro lo fa la service company.

5. Sul ridimensionamento del ruolo russo pesa anche la rivoluzione dello shale gas negli USA, Paese che oggi si candida a essere esportatori di gas. Quanto inciderà questo aspetto sul rapporto già difficile tra Usa e Russia?
In realtà, più di ciò che realmente accadrà, è la paura di ciò che può accadere in America a influenzare le scelte russe. Dubito infatti che gli USA diventeranno dei grandi esportatori di shale gas; lo diventeranno, certamente, ma non nella misura in cui sarebbe possibile. Il perché è presto detto: quanto più il gas viene esportato, tanto più il prezzo sul mercato domestico sale, adeguandosi a quello internazionale. Questo significa giocarsi i vantaggi industriali enormi dell’avere un gas a basso costo. Per questo, ci sono lobby – industriali ma anche di consumatori – che si stanno battendo per limitare l’esportazione dello shale gas. Chi può beneficiare del basso prezzo del gas, non vuole rinunciarvi. Bisogna tener presente che il prezzo del gas non è uguale in tutti gli Stati americani, alcuni, che non sono collegati alla pipeline, hanno un prezzo pari a quello europeo, mentre in altri Stati il prezzo è sceso a meno di un terzo del prezzo europeo. Questo fa sì che le imprese si spostino e che la geografia industriale americana si trasformi. Però la Russia ha paura di quello che può succedere. E questo è un elemento che andrebbe considerato e sfruttato, soprattutto in termini di revisione dei contratti esistenti.

6. Allargando ulteriormente l’orizzonte di analisi. Quali sono le concrete possibilità di un’Unione Euroasiatica?
La Russia minaccia di spostare le esportazioni verso il suo est, ogni volta che ha problemi con l’Europa. La Cina, però, si è sempre dimostrata un interlocutore difficile, ostico. La Russia vuole imporre prezzi e condizioni, ma la Cina non li accetta. Per questo, anche l’accordo per la realizzazione di gasdotti, che conducano il gas russo in Cina, sembra sempre imminente, ma non si concretizza mai.

Oggi la politica energetica cinese consiste soprattutto in un tentativo di accaparramento delle riserve di gas e petrolio ovunque si trovino nel pianeta. Però sono dell’idea che non durerà molto a lungo. Si sta facendo strada in Cina, una scuola di pensiero diversa che si fonda sulla consapevolezza del ruolo fondamentale che il Paese gioca nel mercato energetico globale, sulla consapevolezza che i mercati mondiali dipendono dagli acquisti della Cina e che quindi sono loro a poter fissare prezzi e formule, dettando le regole del mercato.

Per questo, la Russia continuerà ad avere problemi con la Cina, e l’Unione Euroasiatica di cui si parla è più una storia da raccontare sui giornali che una realtà praticabile.

7. Quello che descrive è un progressivo declino della Russia nel panorama energetico mondiale. Eppure è difficile credere che i russi siano disposti ad accettare questo cambiamento di ruolo, a vedersi scalzare dal ruolo di superpotenza... Cosa possiamo aspettarci?
Direi che si tratta di una crisi di identità che andrà acuendosi nei prossimi anni. Putin usa le materie prime per riaffermare la Russia come superpotenza, ma le materie prime non potranno essere l’unica arma a disposizione. È vero che se su questo fronte, quello delle fonti energetiche, assumesse un approccio più flessibile, per esempio iniziando a dare il suo gas a un centesimo in meno del prezzo spot, potrebbe continuare a mantenere un ruolo fondamentale nei mercati. Fare una politica che guarda a riconquistare quote di mercato, invece di massimizzare il prezzo, potrebbe essere utile. Ma i bilanci russi dipendono da queste esportazioni ed è sempre difficile per i Paesi grandi esportatori affrancarsi dalla loro dipendenza dagli introiti delle materie prime, e introdurre politiche lungimiranti, che agiscano sulle formule di prezzo, sulla contrattualistica... In questa crisi di identità, schiacciata tra il nuovo ruolo di USA e Cina, la Russia cercherà di ricavarsi un ruolo di intermediazione quando uno dei due paesi compie degli errori, com’è successo ad Obama con la Siria.  

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